Lo Chiamavano Trinità, nata follia e diventato genere per vent’anni

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“Lo chiamavano Trinità” è sul punto i compiere 50 anni e già stanno cominciando le celebrazioni per questo evento. Essendo figlio dell’ideatore di quella vicenda e del creatore di quei personaggi ed avendo avuto il privilegio di iniziare la mia attività professionale, appena diciottenne, su quel set con la qualifica di “secondo aiuto regista”, è ovvio che sia il primo ad essere consultato per rievocare l’origine di quel film, la sua realizzazione ed i soui incredibili sviluppi. Ho cominciato la scorsa settimana, ospite della trasmissione di Rai Radio 3  Hollywood Party e molti altri appuntamenti sono già in programma.

Il materiale costituito da informazioni, aneddoti e curiosità varie è tale e tanto da non poter essere certamente contenuto nello  spazio di questa rubrica e, del resto, gli amici di “La Mia Città News” avranno occasione di vederli e  sentirli sviscerati nei prossimi mesi in tutte le sedi e in tutte le salse.

A loro voglio però riservare una mia riflessione personale riguardo a quelle che ritengo essere state le fondamenta di un successo così straordinario: la voglia di sperimentare e l’entusiasmo. Può apparire una valutazione romantica, e magari un po’ retorica, ma posso assicurare  che risponde  a verità. Sono state certamente indispensabili anche la professionalità e il talento di tutti i principali componenti del cast tecnico e di quello artistico, a cominciare da mio padre Enzo (E.B. Clucher, nell’occasione) arrivato a concepire e a dirigere Trinità dopo oltre trent’anni di esperienza, come operatore alla macchina prima  e direttore della fotografia poi, sui set del migliore cinema italiano ed internazionale (da “Miracolo a Milano”  a “Vacanze romane”; da “Spartacus” a “Ben Hur”) interpretato da attori indimenticabili (da Gregory Peck a Kirk Douglas; da Totò a De Sica). Nell’occasione però il talento non sarebbe bastato se da parte del regista, del produttore e degli interpreti di “Lo chiamavano Trinità”  non fosse prevalsa, appunto, la voglia di sperimentare e l’entusiasmo.  Ricordo perfettamente le difficoltà incontrate da mio padre nel proporre la sceneggiatura di “Lo chiamavano Trinità”.

Erano tempi nei quali andava di moda il western “sanguinario”, degenerazione di quello magistrale di Leone, e nessuno era disposto a scommettere un centesimo su un prodotto che ribaltava tutti i clichè. Le reazioni erano sempre le stesse: si parla troppo e si spara poco… troppi pochi morti uguale troppi pochi soldi incassati…nel western non si ride, si muore… ed altre di simile tenore. Questa tiritera è andata avanti per un anno intero finchè un produttore, Italo Zingarelli, ha capito non si trattava di una follia ma di una scommessa e, come tale, ha deciso di affrontarla: appunto con voglia di sperimentare ed entusiasmo. Atteggiamento quest’ultimo ovviamente condiviso anche dai due interpreti principali. Carlo Pedersoli e Mario Girotti, vale a dire  Bud Spencer e Terence Hill, erano noti al pubblico per aver interpretato western dai toni completamente diversi da quelli ironici ed irridenti di Trinità ed anche per loro quella scelta rappresentava una sorta di salto nel buio, un rischio professionale, una scommessa. Ma l’hanno giocata e l’hanno vinta se è vero com’è vero che quella follia è diventata un genere che, varcati trionfalmente i confini nazionali, è andato avanti per più di vent’anni.

Qualche giorno fa ho letto un intervista a J.K. Rowling nella quale la creatrice di Harry Potter raccontava le reazioni, quantomeno scettiche, dei primi editor ai quali aveva presentato il suo manoscritto. Uno in particolare le disse: non crederà davvero che qualcuno possa interessarsi alla storia di un orfanello che vuole fare il mago?! Roba da deprimersi. Ma lei ha insistito, con voglia di sperimentare ed entusiasmo. E sappiamo come, anche in questo caso, sia andata a finire.

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