L'infinito, rancoroso, dibattito sui clandestini

L’odissea degli immigrati che vengono dal mare. Quante ingiustizie sul loro conto!

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Immigrati

“Vengono e ci rubano il pane. Quei barconi sono pieni di terroristi dell’Isis. Sono ladri, puttane e spacciatori. Ma lo sapete che gli immigrati incassano dallo Stato 40-50 euro al giorno? È uno scandalo, li ospitano in alberghi a cinque stelle, in camera hanno la vasca con idromassaggio e si lamentano pure…”.

L’immigrato che affronta il mare di notte, rischia la vita, arriva brutto sporco e cattivo sulle nostre coste e chiede solo pace, pane e un pizzico di tranquillità, e diventa invece il nemico perfetto. Sei senza lavoro? Colpa di chi te lo toglie, il “clandestino” disposto a fare tutto e per quattro soldi. Ti senti insicuro nella tua città?, colpa dell’immigrato.

Una volta a terra gli immigrati collaborano, fanno nomi, danno numeri di telefono degli scafisti, indicano le città e i porti da cui sono partiti, mostrano i filmati girati di nascosto nel corso della traversata. Aiutano polizia e magistratura italiana.

Il mare di notte

“Meglio morire in mare che stare in Libia. In mare si muore una volta sola, se stai in Libia è come se morissi tutti i giorni”. Bakary ha poco più di 16 anni, è un minore ospitato in una struttura di accoglienza in Calabria. Viene dalla Guinea Bissau e ha raggiunto la Libia attraverso il Gambia, quattro settimane di viaggio nel deserto. “I letti dove dormivamo in Libia erano pieni di insetti, avevamo pagato per il viaggio, ma nell’attesa dovevamo lavorare per i padroni del posto. Gratis, come schiavi. Chi si rifiutava veniva picchiato. Ho visto gente morire sepolta a pochi metri da dove dormivamo”.

Ho visto annegare mio marito

“Mi chiamo Sonia J., sono nata in Nigeria nel 1991 e sono incinta di quattro mesi. Con mio marito volevamo raggiungere l’Europa per dare un futuro al figlio che aspetto. Una notte a Tripoli ci hanno fatti salire su un gommone scuro, eravamo 120, c’era acqua e pane, ma mancavano i giubbotti di salvataggio per tutti, dopo quattro giorni di navigazione il gommone si è capovolto, eravamo in troppi e le onde erano alte. Ci siamo salvati in dieci. Anche mio marito è morto, aveva 28 anni. Ora chiedo solo di essere aiutata a rimanere in Italia, lavorare e crescere il figlio che aspetto”

Migliaia sono le storie drammatiche che ci vengono raccontate, ma nonostante tutto, prevale il pensiero scritto all’inizio, quel sentimento di repulsione generalizzato nei confronti di questa povera gente… ne riparleremo.

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