Lotta alle mafie, Musacchio: “Lo Stato ha perduto la sua credibilità”

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Peppino Impastato con grande fervore era solito ripetere che tutti noi dovremmo avere la forza e il coraggio di ribellarci alle mafie. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! I suoi stimoli sono serviti a poco poiché la nostra indifferenza è divenuta realtà. Le mafie oggi sono invisibili e quando non lo sono, appaiono sempre più spesso come benefattori. Danno lavoro, prestano denaro, forniscono protezione e assistenzialismo. Nell’ultimo trentennio si è passati in maniera subdola dal rifiuto, all’indifferenza, dall’accettazione sporadica, al consenso sociale. Lo Stato non dà lavoro, le mafie, invece, lo offrono con estrema facilità ottenendo consenso immediato. Con l’aiuto di chi è in difficoltà, riescono a immettere nei circuiti economici e finanziari soldi sporchi che in tal modo sono ripuliti. Per sconfiggere le mafie e ottenere risultati concreti ormai non basta solo la repressione, serve un cambio di mentalità e un rinnovamento morale della classe politica. In troppi vedono nelle organizzazioni criminali un’alternativa allo Stato assente soprattutto con la crisi economica degli ultimi anni, aggravata ulteriormente dalla pandemia in corso. Sfortunatamente non è tutto. Le mafie sempre più spesso offrono ai giovani un modello d’imitazione fondato sul guadagno facile e immediato. Le auto costosissime, le ville faraoniche, le fortune economiche conseguite rapidamente e gli sfarzosi stili di vita dei boss, diventano, soprattutto per i più giovani abbandonati a se stessi, esempi da guardare con spirito emulativo e ammirazione. La criminalità organizzata rievoca ricchezza, visibilità e riconoscimento sociale. Quali le proposte di risoluzione di un simile problema? La prima che mi sento di proporre è quella di informarsi, di studiare, per non dover dire: “Io non lo sapevo!”. Un deterrente molto efficace è il sistema delle confische dei beni mafiosi con una rapida destinazione sociale. Quest’ultima è importantissima perché mostra la riconquista di un territorio e indebolisce notevolmente il potere mafioso. Le organizzazioni criminali nei loro territori hanno ormai compiuto una vera e propria conquista culturale, sociale ed economica. La politica perciò deve tornare al suo ruolo sociale e rispondere ai bisogni dei cittadini, anzi, dovrebbe essere in grado di anticiparli soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione. Il generale Dalla Chiesa con cognizione di causa affermava: “Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti”. La lotta alla mafia quindi per essere davvero efficace deve riguardare principalmente gli addetti ai lavori (politica, magistratura e forze di polizia) con autentico senso dello Stato. È fondamentale che i cittadini abbiano piena fiducia nelle Istituzioni poiché solo in tal modo ritroveranno la forza di contrapporsi alle mafie. È necessario ritrovare la piena fiducia nella politica e tornare a distinguere tra il bene e il male, tra lo Stato e le mafie. La grande sfida è ricostruire la credibilità dello Stato e della legge che da esso promana. La lotta alle mafie non può prescindere da questi presupposti. La classe dirigente deve fare la sua parte dando risposte alla sicurezza dei cittadini messa sempre più in pericolo ogni giorno che passa. È necessario rendere palese che chi delinque stia dalla parte del “male” e vada punito senza scusanti di sorta. Borsellino saggiamente sosteneva che “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Il compito di chi governa una nazione è di non insinuare mai nei cittadini il dubbio che lo Stato non faccia la guerra alle mafie, ma si metta d’accordo con esse. A tal proposito, non dobbiamo mai dimenticarci che in cinquantotto giorni la mafia ha eliminato i suoi più irriducibili nemici, senza che nessuno abbia realmente tentato di evitarlo. Da qui che lo Stato deve ripartire rendendo “verità” e “giustizia” se vuole recuperare la sua credibilità ormai perduta.
Vincenzo Musacchio, giurista, più volte professore di diritto penale e criminologia in varie Università italiane ed estere. Associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Discepolo di Giuliano Vassalli, allievo e amico di Antonino Caponnetto.

 

VINCENZO MUSACCHIO

Jurist and Professor of Criminal Law. Associated to the Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) in Newark. Researcher and member of the Strategic Hub for Organized Crime (SHOC) at Royal United Services Institute (RUSI) in London.

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