Dopo la pronuncia del Consiglio Europeo facciamo chiarezza sul famigerato carcere viterbese

Mammagialla, come e perché. Una prigione diventata un inferno

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Dici Mammagialla e pensi carcere punitivo.

L’accostamento è immediato, come pure i numerosi accadimenti che hanno contribuito a creare questa fama, triste e scomoda.

Molto scomoda. E’ proprio la nomea di “carcere punitivo” infatti, che ha portato ad essere Viterbo  la meta privilegiata per detenuti problematici che vengono inviati qui da ogni parte d’Italia.

Spesso molti sono affetti da disturbi psichiatrici e grazie a «trasferimenti per ordine e sicurezza» arrivano ad aumentare il già elevato tasso di pericolosità del penitenziario, creando una vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere in qualsiasi momento.

La storia di Mammagialla è fatta di violenze, suicidi, aggressioni. E denunce.

Quella di ora del Consiglio Europeo che si dice “seriamente preoccupato” per le presunte torture riportate dai detenuti, non è che l’ultima di una lunga serie di testimonianze che, nel corso degli anni, si sono accavallate tra reclusi e agenti.

Già, perché a raccontare il carcere duro non sono solo quelli che lo vivono da dentro le celle ma anche coloro che ci lavorano e che, tutti i giorni, si trovano a dover affrontare una situazione a rischio implosione, penalizzata, soprattutto, dal sovraffollamento, dalla mancanza di personale e dalle carenze strutturali.

Per avere rapidamente un quadro dell’elevata pericolosità di questa miscela esplosiva, contraddistinta dall’ambivalenza di posizioni contrapposte, basta analizzare gli episodi che si sono succeduti negli ultimi due anni.

Il 21 maggio 2018, in una cella di isolamento si suicida il trentaseienne romano Andrea Di Nino.

Il 23 luglio 2018, sempre in isolamento, si impicca  Hassan Sharaf, di 21 anni. Morirà in ospedale.

8 dicembre 2018. Giuseppe De Felice, trasferito da poco al Mammagialla, denuncia, tramite la moglie, di essere stato pestato da secondini con tanto di mazze e volto coperto.

29 marzo 2019.  Il senzatetto Giovanni Delfino, 62 anni, viene massacrato a colpi di sgabello dal compagno di cella, arrestato per tentato omicidio.

13 giugno 2019 un detenuto sferra un violento pugno contro un agente della polizia penitenziaria.

14 ottobre 2019. Un detenuto aggredisce pesantemente un’infermiera, la picchia e le procura ferite alla bocca, alla lingua e agli arti superiori.

6 novembre 2019 Stefano Pavani, in carcere per l’omicidio di Daniele Barchi, colpisce un poliziotto che riporta un trauma cranico.

Un bollettino di guerra che potrebbe continuare con dati ed episodi allucinanti, soprattutto perché riscontrati in un carcere, luogo per eccellenza deputato alla sicurezza.
Una struttura dove, a fronte di una capienza massima di 432 detenuti ce ne sono circa 550, con posizioni giuridiche diversificate e con patologie psichiatriche e al posto di 343 unità di personale ne sono presenti solo 260.
E’ di qualche giorno fa l’incontro tra l’Unione Sindacati Polizia Penitenziaria Lazio con il provveditore regionale Cantone dove si è discussa la grave situazione in cui versa il carcere di Viterbo.
“Una situazione che sta esponendo la struttura a gravi rischi se nei prossimi giorni nell’assenza di un direttore – considerando la promozione a dirigente generale di D’Andria che assumerà nuovo incarico superiore – non verrà sostituito con una figura analoga che abbia capacità organizzativi e dinamiche che tenga conto delle difficoltà del personale.”
Al centro del problema rimane tuttavia un concetto irrisolto: quello di “carcere punitivo”.

Se non si riuscirà a trovarvi una soluzione, i detenuti problematici continueranno ad essere trasferiti a Viterbo e gli agenti avranno sempre più difficoltà a gestirli.

In pratica: un cane che si morde la coda.

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