Riceviamo e pubblichiamo

Marcello Lupo espone “Bla bla bla boh”: tornare ad essere umani è possibile

“BLA BLA BLA BOH” è quasi una parola d’ordine del nostro tempo, è la colonna sonora che Lupo ha registrato per noi come documento di questa epoca.

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L’intervento del caso nell’atto creativo, secondo Tristan Tzara, sembrerebbe tradurre la ricerca dell’artista nel rovistìo di un bizzarro rigattiere, uno scavare nella vita alla ricerca di quelle pepite di ‘ready-made’ (di oggetti già opere d’arte in sé), in cui il di lui intervento in definitiva non è richiesto, e si realizza semplicemente nel riconoscerle, decidendo così di sovvertire l’idea stessa di estetica e di opera d’arte.

Francesco Lupo si è di certo abbeverato a questa fonte, ma il rigattiere è diventato un irriverente ragazzaccio che saccheggia ovunque, ed usa, non per sé ma per l’opera. E curiosamente il tragitto, avente stessa origine e corso parallelo, finisce per avere destinazione opposta: non la casualità quale regola, piuttosto quale pretesto, non per un’estetica nichilista, ma per una nuova estetica. La non-ricerca abdica all’istinto, quasi consapevole, dove il caso non è più accidente ma opportunità, dove il relitto diventa gioiello. Sembrerebbe una scelta sospesa tra un bisogno mistico e un talento pragmatico, scevro da qualsivoglia narcisismo o autocompiacimento. In realtà si esplica nel preferire alla ormai trita ‘sovversione’ una visione di profonda compassione, irridente, strafottente e al tempo stesso distaccata verso il genere umano, e pur rivendicando i suoi geni popolari, altamente estetica.

Le miserie dell’uomo, descritte nelle opere giovanili più contigue all’espressionismo, avvolte in un grottesco spesso rubato a Daumier o Ensor, Munch se non addirittura più indietro al delirio sifilitico delle Pitture Nere di Francisco Goya, oggi si dipanano in una sorta di rutilante sequenza, immagini di un osservatorio dove la forma dissolve non già nel nulla, ma nella materia stessa, coerente al virtuale psicotico narcisismo del XXI secolo. E così il percorso smette di essere lineare per divenire reticolare, aspro, multi-direzionale, rivendica il suo diritto ad essere anche scomodamente privato: è qui la sua caleidoscopica specificità, quella che Fernando Pessoa, poeta dalle molte identità, definiva come “una sola moltitudine”, allora riferendosi alla propria.

La donna è la vittima più frequente dei suoi furti d’immagine, e al contempo ricettacolo dei furti di materia, ma anche lei stessa è un pretesto, uno scampolo da sottrarre per creare qualcosa d’altro.

Ruba e strapazza, tagliuzza e scartoccia, imbratta e ricompone ogni ‘qualcosa’ che si presti al suo gioco, che gli permetta di erigere le sue immagini sacre, i suoi simulacri, le sue icone.

Il risultato, a mio parere, è uno sguardo sul mondo odierno, in cui l’attualità perde il senso dell’oggi, per acquisire quello dell’eternità, in cui ogni istante si svolge sotto l’occhio apparentemente distratto dell’artista, che in realtà si affanna in un gioco di fanciullesca e inconsapevole ma efficacissima ricerca del bello, in cui si celebra l’incosciente epopea dell’uomo comune.

“BLA BLA BLA BOH” è quasi una parola d’ordine del nostro tempo, è la colonna sonora che Lupo ha registrato per noi come documento di questa epoca, è il resoconto dell’intrecciarsi degli innumerevoli impermeabili monologhi dell’era 2.0, in mezzo ai quali emergono inattesi archetipi e coscienze antiche, quasi a ricordarci che tornare ad essere umani è possibile.

In definitiva Francesco Lupo altri non è, se non un collezionista di umili ma per lui insostituibili reperti, ai quali affida la funzione di un esorcismo, di svelare le illusioni del presente.

 

Francesco Lupo

 

 

 

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