Riceviamo e pubblichiamo

Mario Capati alla ricerca dei due piloti alleati salvati dai tedeschi duranti la guerra

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CIVITA CASTELLANA – C’è un episodio sempre vivo e presente nei ricordi giovanili di Mario Capati, un arzillo novantenne di Civita Castellana, protagonista di un’incredibile vicenda di umanità, coraggio e solidarietà durante gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale. Mario, classe 1930, è originario di Vitorchiano, in provincia di Viterbo e, conoscendo la mia passione per la storia, mi ha recentemente invitato a fargli visita. Lo incontro nella sua casa, all’interno dell’omonima azienda agricola, storica e conosciuta nel territorio. Mentre mi accomodo sul divano, prega sua figlia di prepararmi un caffè e chiede alla nipote Annalisa di prendere una cartellina azzurra dal cassetto della sua scrivania. Mi consegna, orgoglioso, due attestati di benemerenza: il primo è del governo Americano, dov’è scritto “Certificato rilasciato quale attestato di gratitudine e riconoscimento per l’aiuto dato ai soldati e marinai degli Stati Uniti d’America che li ha messo in grado di evadere ed evitare di essere catturati dal nemico”. Analoga motivazione per il certificato di gratitudine del governo Inglese, il quale specifica “per l’aiuto dato ai membri delle forze armate degli Alleati”. In fondo ai documenti noto dei numeri di protocollo e due importanti firme: quella di Harold Ruper Alexander, Comandante Supremo delle Forze Armate nel Mediterraneo dal 26 novembre 1944 e l’altra, probabilmente, a firma di Eisenhower, generale dell’Esercito Americano Teatro delle Operazioni del Mediterraneo e nel 1952 presidente degli Stati Uniti d’America. “E’il ringraziamento, intestato a mio padre Domenico – racconta – poiché allora io e mio fratello eravamo minorenni, per aver salvato due piloti alleati dalla rappresaglia tedesca”. Capita spesso, per questa mia passione, di raccogliere testimonianze legate alla memoria collettiva del territorio: un modo questo che ritengo utile per conservare e far conoscere vicende del passato. Stavolta, però, intuisco che Mario Capati sta per raccontarmi una storia importante e significativa.

 

 

“Avevo circa tredici anni – spiega- e insieme a mio fratello Felice ci stavamo recando in un terreno a Vitorchiano, in loc. Montepiumone, destinato a pascolo per le nostre greggi. Era una tipica giornata primaverile, soleggiata e tranquilla, quando sentimmo gli spari della contraerea tedesca e ci buttammo a terra dietro un anfratto. Guardando il cielo, lo vedemmo oscurato da una nuvola di fumo nero. Il silenzio di quel solitario luogo fu rotto dal rumore assordante di un aereo che stava precipitando a terra. Poco dopo, nonostante gli spari, corremmo incontro a due militari che si erano paracadutati dall’aereo. Raccolti frettolosamente i paracadute, abbiamo soccorso e nascosto i due piloti per alcuni mesi dentro una grotta. Per diversi giorni, invano, le truppe tedesche ispezionarono la zona per scovare i piloti dell’aereo abbattuto. Ricordo – precisa Mario Capati – che non capivamo la loro lingua, ma non dimenticherò mai i loro occhi che esprimevano gratitudine, più delle parole quando, lontano da occhi indiscreti, gli portavamo da mangiare, da bere e un sorriso dentro quel ricovero di fortuna. I nostri genitori per più di un mese di questa storia non ne seppero nulla, ma s’insospettirono perché chiedevamo loro razioni di pasto sempre più abbondanti rispetto ai nostri bisogni alimentari. Un giorno fummo costretti a raccontargli l’accaduto. Papà Domenico e mamma Maddalena, pur consapevoli del rischio di rappresaglie tedesche che la nostra famiglia correva, non ci pensarono due volte a permetterci di continuare ad assistere Alfredo e Andrea: questi i loro nomi che mi sembra di ricordare. Credo che fossero in contatto con il loro quartier generale, poiché ci dicevano quando potevamo pascolare il gregge al sicuro dei bombardamenti alleati – precisa Mario –. Un giorno una pattuglia venne a recuperarli. Prima di andar via ci consegnarono un biglietto con qualcosa scritto in inglese. Dopo la guerra, il biglietto fu consegnato all’Ambasciata Americana. Ricordo ancora quel fraterno abbraccio ai piloti. Penso spesso a loro – commenta emozionato- e ho il forte desiderio sapere qualcosa in più su quei soldati. Penso che gli attestati siano anche la conseguenza di quello che i due militi hanno dichiarato dopo la guerra ai loro superiori. Se oramai non sono più in vita – termina Mario Capati – sarei felice se a migliaia di chilometri di distanza, nei ricordi dei loro familiari, c’è traccia di quei due pastorelli viterbesi che hanno loro salvato la vita”. Mario si ferma, sorseggia un bicchiere d’acqua e mi prega se posso fare delle ricerche per esaudire questo suo desiderio. Decido subito di avviare delle indagini e stabilisco un contatto con l’Ambasciata degli Stati Uniti e quello del Regno Unito. Dopo accordi informali con un’addetta del centro di documentazione storica non riesco a saperne più nulla. Torno spesso a trovare Mario, ma da persona intelligente non mi domanda più notizie di quel suo desiderio. Capisce che non è cosa facile e non vuole mettermi in imbarazzo: decido quindi di cambiar strategia e in questi giorni ho spedito direttamente la documentazione ai rispettivi Ambasciatori in Italia, con l’auspicio di un loro diretto interessamento. D’altronde, questo desiderio di Mario Capati è poca cosa rispetto al coraggio e l’umanità dimostrata verso i militari alleati e l’eventuale interessamento, nel rispetto della privacy, non può che favorire e consolidare ulteriormente i legami e le relazioni tra Italia, Stati Uniti e Regno Unito.

Raniero Pedica

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