Gli inquirenti ipotizzano che il movente sia di natura economica

Misteri di cronaca. Dopo quattro mesi la svolta nelle indagini sulla morte dell’ex vigilessa Laura Ziliani. La Procura: “Uccisa dalle figlie e dal genero”

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“Abbiamo motivo di ritenere che Laura Ziliani sia stata uccisa dalle figlie e dal genero per il patrimonio immobiliare”. E’ questa la terribile conclusione del pool inquirente che, dall’8 maggio scorso, conduce le indagini sulla scomparsa dell’ex vigilessa, ritrovata cadavere tre mesi più tardi lungo la pista ciclabile di Temù, nel Bresciano.

Le indagini. Erano state proprio le due figlie – Silvia e Paola Zani di 26 e 19 anni – a dare l’allarme al 112 intorno alle 12 di quella mattinata primaverile, segnalando il mancato rientro della loro mamma, uscita di casa alle 7 per andare a fare una passeggiata nella frazione di Villa Dalegno.
La donna sarebbe dovuta rientrare verso le 10, per poi andare con le figlie presso la locale discarica a disfarsi di vecchi materassi. Poco dopo la segnalazione della scomparsa, un vasto dispositivo di soccorritori composto da personale dei carabinieri, del soccorso alpino e dei vigili del fuoco, oltre che numerosi volontari, aveva battuto palmo a palmo il luogo della presunta scomparsa, senza rinvenire il corpo dell’impiegata, esperta conoscitrice di quei luoghi.
Fin dai primi giorni, gli investigatori avevano maturato perplessità circa la ricostruzione dei fatti fornita da Silvia e Paola. E infatti, le indagini, avviate parallelamente alle ricerche della Ziliani, sono consistite in attività tecniche di intercettazione, in complesse analisi di tabulati, nell’analisi forense di smartphone e computer in possesso degli indagati, coniugate con perquisizioni domiciliari, sopralluoghi e repertamenti di carattere scientifico da parte del Sis dei carabinieri.
L’iscrizione nel registro delle informazioni di reato. Le risultanze investigative avevano evidenziato numerose anomalie nel racconto fornito dai tre, inducendo i carabinieri e la Procura a ritenere poco credibile la versione dell’infortunio o del malore in montagna. E, a fine giugno, le due figlie e il fidanzato della più grande, Mirto Milani, erano stati iscritti sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario, aggravato dalla relazione di parentela con la vittima, e occultamento di cadavere. Sin da subito, erano risultati sospetti sia l’allarme dato troppo in fretta dalle due figlie, sia il rinvenimento del telefono cellulare, da cui la donna non era solita separarsi, trovato sotto una panca in cantina. Ad aggravare il quadro e a convincere ancora meno gli inquirenti circa l’ipotesi della scomparsa era stato, nella tarda mattinata del 23 maggio, anche il ritrovamento della scarpa che la donna – a dire delle due figlie – indossava la mattina quando era uscita di casa per la passeggiata.
Le figlie tradite da una scarpa. In 38 pagine, il giudice delle indagini preliminari Alessandra Sabatucci ricostruisce tutti i dettagli dell’accaduto fin da quando, a metà mattina dell’8 maggio, Silvia chiama i carabinieri per dire che la madre, uscita per una escursione in montagna a Temù, nelle montagne bresciane non lontane dall’Adamello, non è rientrata. Le ricerche si concentrano sulla zona della presunta escursione, per otto giorni forze dell’ordine e volontari battono tutta l’area che dalla casa degli Zani arriva fino ad un ruscello. Poi due settimane dopo i fatti, quando le ricerche sono interrotte da tempo, qualcuno all’improvviso trova una scarpa da trekking appartenuta a Laura proprio sulle rive del torrente Fiumeclo. Un tentativo di depistaggio che costerà caro agli indagati di oggi. Perché è impossibile che Laura Ziliani sia caduta nel fiume proprio in quel punto, senza che i ricercatori l’abbiano trovata: a monte del tratto di ruscello, infatti, c’è una diga con una grata che non lascia passare oggetti grandi come la scarpa. E per un lungo tratto la maggior parte del fiume resta interrato, con un piccolo ruscello visibile. Insomma, la scarpa non era dove doveva essere.
Il rinvenimento del corpo senza vita di Laura Ziliani. Nella tarda mattinata dell’8 agosto, lungo la pista ciclabile di Temù, viene rinvenuto il cadavere dell’ex vigilessa. Ritrovamento che rese più solido il quadro indiziario degli inquirenti. Passeggiando lungo le rive del fiume Oglio, un bambino aveva notato il corpo di una donna in stato di decomposizione, non riconoscibile in volto, parzialmente nascosto tra i rami e le foglie, verosimilmente accumulatesi a seguito dell’esondazione del fiume. La donna indossava solo una canottiera e degli slip, abbigliamento assolutamente incompatibile con la ricostruzione fornita dagli arrestati. Gli orecchini in oro giallo e una cisti presente sul piede destro avevano portato a ritenere che il corpo fosse proprio quello di Laura Ziliani. La definitiva conferma era arrivata dalla comparazione del Dna, eseguita presso l’Istituto di Medicina Legale di Brescia: durante l’autopsia, il medico legale non aveva rilevato segni di lesioni esterne e, inoltre, il corpo non presentava tracce compatibili con una lunga permanenza in acqua. L’ipotesi investigativa fu dunque che potesse essere stato occultato in un ambiente le cui caratteristiche avevano rallentato il processo di trasformazione e decomposizione. I preliminari accertamenti tossicologici eseguiti dall’istituto di medicina legale di Brescia avevano infine riscontrato la presenza di benzodiazepine nel corpo dell’ex vigilessa.
L’ordinanza del gip. “Il ritrovamento della scarpa della Ziliani – scrive il gip – nel tratto, lungo 850 metri, tra l’uscita dell’acqua della centralina e l’Oglio, poteva trovare un senso solo ed esclusivamente nel caso in cui Laura Ziliani fosse caduta nel torrente nel medesimo tratto. Tale conclusione era tuttavia confutata dal fatto che, come si è visto, il torrente era stato battuto in più occasioni da personale specializzato, che mai aveva notato né il corpo della vittima né la calzatura in questione fino al giorno del suo rinvenimento”. Da questo ritrovamento, l’inchiesta aveva preso una piega completamente diversa e gli uomini dell’Arma avevano cominciato a credere ben poco alla tesi dell’incidente. Nel frattempo qualche vicino degli Zani aveva iniziato a parlare e, uno in particolare, aveva notato Silvia e Mirto mentre nascondevano in un bosco poco lontano da casa la seconda scarpa. Qualcun altro aveva raccontato dei contrasti che la famiglia aveva in particolare sul ruolo di Mirto e si era accorto che il giovane, insieme alla madre e al padre, dopo pochi giorni dalla morte di Laura si erano trasferiti in blocco nella casa di Temù, iniziando a gestire il patrimonio di famiglia. Al telefono e in macchina gli indagati sono sempre stati molto attenti a non rivelare mai nulla di sospetto. Gli inquirenti però avevano notato che, già venti giorni dopo la morte della madre, le due figlie si erano mostrate particolarmente allegre quando si parlava di come riorganizzare il patrimonio, alzare l’affitto agli inquilini o migliorare foto e prezzi per le locazioni ai turisti.
La svolta nelle indagini e gli arresti. Secondo la ricostruzione della procura di Brescia e le indagini dei carabinieri, Silvia e Paola insieme al fidanzato della maggiore, Mirto Milani, avrebbero deciso di uccidere la mamma (proprio nel weekend in cui si celebrava la festa) per appropriarsi dell’intero patrimonio immobiliare, di cui comunque erano comproprietarie dopo la morte del padre. Un patrimonio che la signora Ziliani amministrava di fatto a nome di tutti. L’omicidio sarebbe stato programmato per tempo e tentato più volte. Prima del maggio scorso ci sarebbe già stato un tentativo di avvelenamento non andato “a buon fine”: una sostanza velenosa messa nella tisana della mamma appena tornata da una escursione piuttosto impegnativa. Per questo, anche se manca la prova regina, la procura di Brescia ha scelto di agire e chiedere l’arresto dei tre sospettati. Per le giovani, il gip usa parole molto dure: “Va rimarcato come le stesse, in parte manipolate da Milani Mirto, non riuscendo per motivi caratteriali a contrastare la volontà materna, hanno preferito sopprimere la genitrice piuttosto che dissentire apertamente con lei circa la gestione di un cospicuo patrimonio immobiliare. La condotta, già di per sé di indicibile gravità, risulta ancor più odiosa ove si ponga mente al fatto che, così agendo, gli indagati hanno privato L. (la terza sorella ndr) , soggetto disabile e in tutto dipendente dalla madre, dell’unico genitore superstite”. I tre sono stati arrestati venerdì mattina e tradotti nel carcere di Brescia.

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