Monocoltura nocciolo: un rischio per gli agricoltori e non solo…

Si piantano nocciòli ovunque, sempre e solo nocciòli. Ci si dimentica di un elemento fondamentale per una corretta gestione di un’azienda agraria, precisamente, la multicoltura.

371
nocciole

Si diceva una volta a proposito degli agricoltori: “Scarpe grosse, cervello fino”.

E sì, erano proprio i contadini, magari non tanto letterati, ma ricchi di saggezza degli antichi, ad essere ritenuti “fini” di intelletto. Oggi tante sensibilità si sono perdute a beneficio della tecnologia e dell’immediato guadagno.

Questo è proprio proprio ciò che sta succedendo nei nostri territori, dove la “febbre” del nocciòlo (da noi si dice “nocchia”) ha contagiato ogni proprietario di terreni agricoli, anche quello di un orticello.

Si piantano nocciòli ovunque, sempre e solo nocciòli. Ci si dimentica di un elemento fondamentale per una corretta gestione di un’azienda agraria, precisamente, la multicoltura che passa dalla semina di cereali (grano, orzo, avena) a quella di un prato durante l’inverno, quindi alla coltura della vite e dell’olivo con le antiche logiche della rotazione agraria.

Le bizzarie meteorologiche del nostro bel Paese e le enormi diversità climatiche da una stagione all’altra hanno da millenni consigliato agli agricoltori di praticare diverse coltivazioni. Così si poteva evitare che la raccolta di un prodotto non avesse successo e si riusciva a far quadrare (si fa per dire!) i conti di un’azienda agraria. Una stagione era andata male per la coltura dei cereali, pazienza, in compenso la vendemmia era stata buona e gli olivi avevano dato buon risultato. Così l’azienda agricola sopravviveva.

Ma nell’ipotesi di monocultura?

Se una gelata distrugge l’unico investimento dell’azienda, se una grandinata spiana il raccolto, al contadino non restano che le “scarpe grosse”. Quindi, signori agricoltori, non cadete all’abbaglio del gran guadagno che può assicurare certamente una coltivazione di nocciole rispetto ad altre, perché un pericolo sempre incombe.

Il pericolo, eccolo, è già presente!

Nello scorso anno le importazioni di nocciole sgusciate dalla Turchia, Cile, Azerbaigian e Georgia sono cresciute di oltre il 15%, rispetto all’anno precedente. Le importazioni nel nostro Paese dall’estero hanno raggiunto ben 49 milioni di kg.

Che ne sarà del mercato nazionale in concorrenza con quelli esteri che producono a minori costi?

I frutti a guscio di importazione, benché dichiarati contaminati da aflatossine, vengono mescolati con la produzione nazionale di ottima e splendida qualità (in particolare quella del viterbese) e le aziende sono servite.

La crescita esponenziale di coltivazione di nocciole, una volta solo riservata a terreni di collina dei Cimini, delle Langhe e dell’Avellinese ha raggiunto una superficie di oltre 84.000 ettari, in crescita dal 2010 del 19,6%.

La produzione è aumentata d’accordo – attualmente 1.326,99 quintali – ed anche i ricavi degli agricoltori, ma a caro prezzo per il mantenimento delle condizioni ambientali, causa l’impoverimento delle falde acquifere e l’inquinamento dei terreni e delle acque dolci limitrofe (il Lago di Vico tristemente lo racconta).

Alla lunga ci sarà anche da aspettarci variazioni climatiche.

Ad oggi non si sente parlare di un necessario contingentamento delle aree richieste per i nuovi impianti, salvo il coraggioso intento dei sindaci dei comuni del Bacino del Lago di Bolsena di proporre un divieto di coltivazione nei loro territori.

Un’informazione sui pericoli di tale atteggiamento di molti imprenditori agricoli, che hanno abbandonato coltivazioni tradizionali (vite, olivo, cereali, pascoli) per solo quella del nocciolo, è doveroso farla. Non si vuole negare un’agricoltura “industriale”, ma è importante prevedere quali e quanti danni alla lunga possano portare le monoculture.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui