Montale e il male di vivere. Oggi è l’anniversario della sua scomparsa

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Oggi, 12 settembre, si ricorda l’anniversario della morte di Eugenio Montale, avvenuta nel 1981 a Milano.

Il poeta nasce il 12 ottobre 1896, a Genova.
Pubblica la sua prima raccolta poetica “Ossi di Seppia” nel 1925.

Dal 1927 Montale si trasferisce a Firenze e qui passa degli anni molto impegnati e vivaci: collabora con importanti riviste del tempo e soprattutto dirige il Gabinetto Vieusseux, un’istituzione culturale fiorentina nata nel 1819, ancora oggi riconosciuta come un importante punto d’incontro culturale anche fra italiani e letterati stranieri. Tuttavia nel 1938 viene allontanato dall’incarico.
Nel 1939 pubblica una nuova raccolta, “Le Occasioni”, e conosce Drusilla Tanzi.

Molto sensibile verso il disagio esistenziale dell’uomo, Montale si fa interprete di una poesia incentrata soprattutto sul “male di vivere”.

Diceva: «L’uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi. Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione ‘sine qua non’ di piccole e intermittenti felicità.»

Nel 1975 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.

Per quanto riguarda il linguaggio, Eugenio Montale sviluppa quella che viene chiamata dagli studiosi “la poetica dell’oggetto”: un sistema di scrivere che il nostro poeta riprende dal poeta e scrittore inglese Thomas S. Eliot che aveva teorizzato la poetica del “correlativo oggettivo”. In cosa consiste tutto questo? Si tratta di avvicinare oggetti e figure che fra loro hanno delle analogie e che, letti uno accanto all’altro suscitano direttamente un’emozione senza bisogno di aggiungere altro.

Il linguaggio poetico risulta così molto diretto e schietto ma ricco di significati.

Alla morte della moglie Drusilla le dedica una bellissima poesia:

HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE, Satura 1962-70.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Molto emblematico il testo di “Meriggiare pallido e assorto”da Ossi di seppia.

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

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