Morto senza aver ottenuto giustizia il padre di Serena Mollicone

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Guglielmo Mollicone, padre di Serena, la ragazza uccisa 19 anni fa, quando la Procura chiese il rinvio a giudizio per la famiglia Mottola e gli altri imputati, aveva dichiarato: «Spero che la salute mi assista. Voglio partecipare a tutte le udienze per guardare gli imputati negli occhi».

Purtroppo, la salute non lo ha assistito.
Il destino talvolta ha più fantasia di noi: esattamente il 1° giugno 2001 la ragazza uscì di casa e non rientrò mai più. Il suo corpo venne ritrovato in un boschetto.

Oggi, 1 giugno, sono passati quasi venti lunghi anni dall’omicidio di Serena. Il padre non si è dato mai per vinto per cercare la verità sull’omicidio della figlia. 20 anni di dubbi, di ricerche, di avvocati e tribunali sono forse troppi per un padre addolorato, distrutto, con un unico desiderio: sapere la verità.

Guglielmo Mollicone non ci sarà più a lottare per dare giustizia all’omicidio di Arce, alla morte dell’amata figlia di quasi diciotto anni di età, come solo un padre può fare.

L’epidemia e il lockdown hanno rallentato l’iter processuale a carico del maresciallo Franco Mottola, della moglie Anna Maria e del figlio Marco, imputati di concorso in omicidio, del maresciallo Vincenzo Quatrale e dell’appuntato Francesco Suprano.

Per Quatrale si ipotizza anche l’istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi, mentre l’appuntato Francesco Suprano deve rispondere di favoreggiamento.

Era attesa per lo scorso marzo la sentenza, invece è slittata.

Guglielmo Mollicone però, è morto prima di sapere la verità: se n’è andato ieri, presso una struttura sanitaria di Veroli, dopo il grave malore che lo aveva colpito a fine novembre, pochi giorni dopo il rinvio dell’udienza preliminare per un difetto di notifica. Da allora si trovava in coma. Aveva 72 anni.

Secondo la Procura di Cassino, la giovane studentessa morì dopo essere stata spinta contro una porta all’interno della caserma dei carabinieri di Arce, forse dopo un litigio con il figlio di Mottola, Marco.

La ricostruzione del delitto, tratteggiata dalla perizia medico-legale, indicò una compatibilità tra lo sfondamento della porta dell’alloggio della caserma dei carabinieri di Arce e la frattura cranica riportata dalla 18enne.

Fu altresì accertata la “compatibilità tra i microframmenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima e il legno della porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma”, aveva spiegato il procuratore di Cassino, Luciano d’Emmanuele.

Il corpo di Serena fu poi spostato nel boschetto dell’Anitrella, dove fu ritrovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.

Le indagini non sono state facili:
gli inquirenti hanno ascoltato 118 testi, molti dei quali scelti tra i 1.137, più volte sentiti nei diciannove anni di ricerca della verità per il delitto.

Due anni dopo, fu arrestato con le accuse di omicidio e occultamento di cadavere Carmine Belli, un carrozziere poi prosciolto nel 2006 da ogni accusa della Cassazione. Ad aggiungere mistero anche il suicidio del carabiniere Santino Tuzi che nel 2008, ancor prima di essere ascoltato dai magistrati, si suicidò sparandosi nella sua auto.

Il caso resta per ora avvolto dal mistero; forse l’ omicidio potrebbe essere stato scatenato da un movente: si pensa che Serena, il triste giorno in cui morì, fosse andata nella caserma dei carabinieri per denunciare alcuni traffici legati alla droga. Successivamente scoppiò una lite e poi avvenne la tragedia.

Il padre ora ha potuto riabbracciare la figlia, ma per la giustizia terrena c’è ancora tempo.

“Finisce la vita di Guglielmo ma non la sua istanza di giustizia” ha commentato l’avvocato Dario De Santis, legale del papà di Serena.

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