Era residente a Marta, lascia la moglie e tre figlie. Si riaccende il dibattito sul pieno riconoscimento del Covid come infortunio sul lavoro

Muore di Covid a 54 anni il caposala dell’elettrofisiologia di Belcolle

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Oggi, il bollettino quotidiano diramato dalla Asl in merito alla situazione Covid nella provincia di Viterbo, ha registrato il decesso di un 54enne di Marta. Si tratta di C.L., infermiere originario di Zepponami.

La vittima, che ricopriva presso l’ospedale di Belcolle il ruolo di caposala nel reparto di elettrofisiologia, ci ha lasciato nella tarda serata di ieri, appena passata la mezzanotte. Non è stato reso pubblico il luogo dove l’infermiere abbia contratto l’infezione che poi ha compromesso inesorabilmente le sue condizioni causandone la morte e, giustamente, per motivazioni legate alla privacy, non è stato reso pubblico neanche quale fosse il suo quadro clinico.

La scomparsa del nostro concittadino, nella sua drammaticità, riaccende un dibattito che è molto sentito, soprattutto tra gli appartenenti al mondo della sanità: il pieno riconoscimento del Covid come infortunio sul lavoro.

La faccenda è molto più complessa di quanto si possa pensare. La battaglia è iniziata un anno fa, quando il Coronavirus si è abbattuto sul nostro Paese. Con il decreto “Cura Italia” (d.l. n. 18/20), la legislazione ha inquadrato il contagio da Covid-19 come infortunio sul lavoro se occorso in occasione dell’espletamento delle proprie mansioni nell’ambiente lavorativo. Successivamente, con l’art. 29 bis del d.l. n. 23/2020 (Decreto Liquidità), convertito dalla legge n. 40 del 05 giugno 2020, sono state fissate le responsabilità del datore di lavoro in merito al contagio da Covid-19, accordando una notevole preminenza al rispetto dei protocolli d’intesa tra le autorità.

L’art. 42 secondo comma del decreto legge n. 18/2020, coordinato con la legge di conversione n. 27/2020, riconosce il contagio avvenuto durante il lavoro come infortunio. Secondo la nostra legislazione, “la causa virulenta posta alla base del Coronavirus è equiparata a quella violenta tipica dell’incidente occorso sul lavoro”, consentendo quindi una protezione giuridica più elevata rispetto alla fattispecie della malattia. La tutela concerne anzitutto gli operatori sanitari, esposti per forza di cose ad un elevato rischio di contagio tale da diventare specifico, in alcuni casi quasi inevitabile. Per questi soggetti opera la presunzione semplice di origine professionale. Si assimilano alla categoria dei sanitari tutti i lavoratori che operano in front-office, alla cassa, i banconisti ed il personale operante all’interno dei nosocomi con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, di trasporto infermi ed altre categorie. Sono da includere anche i lavoratori dipendenti e assimilati, nonché i lavoratori parasubordinati, sportivi professionisti dipendenti e lavoratori appartenenti all’area dirigenziale.

La norma stabilisce, inoltre, che il medico certificatore debba redigere il “consueto certificato da infortunio” e che, successivamente, debba inviarlo telematicamente all’Inail al fine di assicurare la tutela dell’infortunato, seguendo la nota procedura relativa all’infortunio sul lavoro. In proposito gli uffici legali precisano che il certificato dovrà essere redatto ex art. 53 d.p.r 30 giugno 1965 n. 1124,  quindi bisognerà riportare, tra le altre cose, la data di astensione dal lavoro per inabilità temporanea assoluta dipendente dal contagio. In particolare, per le fattispecie in cui non opera la presunzione semplice dell’avvenuto contagio in relazione al rischio professionale specifico, il certificato dovrà indicare le cause e circostanze, la natura della lesione ed il rapporto con le cause denunciate. Le prestazioni Inail sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato, con la conseguente astensione dal lavoro.

Risulta tuttavia essere indispensabile la presenza di certificazione medica clinico-strumentale in grado di attestare l’avvenuto contagio, unitamente all’altro requisito dell’occasione di lavoro. Inoltre, si precisa che solo dalla conoscenza effettiva del datore di lavoro circa l’avvenuto contagio decorrono i termini per la trasmissione telematica della denuncia all’istituto. Circa poi l’infortunio in itinere (ovvero l’infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro), l’art. 12 d.lgs n. 38/2000 sancisce che l’assicurazione infortunistica opera nell’ipotesi di infortunio avvenuto ai danni del lavoratore durante il consueto percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro. Pertanto, sono da includere nella predetta normazione anche gli eventi di contagio da Covid-19 accaduti durante tale percorso. Relativamente al mezzo di trasporto utilizzato, poiché il rischio di contagio è molto più elevato a bordo di mezzi pubblici affollati, è stato considerato necessario l’utilizzo di mezzi privati almeno per tutto il periodo di emergenza epidemiologica.

La legge, in buona sostanza, sembra essere molto precisa, eppure c’è un piccolo ma gigantesco problema. Non è difatti possibile dimostrare con certezza il luogo in cui possa essere stata contratta l’infezione da Coronavirus. Purtroppo, per via di questa piccola ma al tempo stesso gigantesca falla, molti lavoratori non riescono a far valere i loro diritti previsti dalla legge.

In caso di decesso, l’Inail spiega che “ai familiari spetta anche la prestazione economica una tantum del Fondo delle vittime di gravi infortuni sul lavoro, prevista anche per i lavoratori non assicurati con l’Inail”. “Questa emergenza – aggiunge il presidente dell’Istituto, Franco Bettoni – ha riportato in primo piano anche la necessità di garantire le stesse tutele ai milioni di lavoratori che non sono assicurati con l’Inail e non possono quindi accedere a rendite e indennizzi in caso di contagio. L’estensione ai rider è solo il primo passo di un ampliamento della platea dei nostri assicurati, che dovrà includere le professioni che si collocano a metà strada tra subordinazione e autonomia, che oggi sono molto più vulnerabili di fronte alla minaccia del virus”.

 

 

1 commento

  1. Faccio una domanda: dove ha contratto il COVID-19? Tutti sappiamo che la Elettrofisiologia è immersa nei miasmi del virus. Mi chiedo: sindacati, SPRESAL, RSPP, insomma siamo sicuri che non esista responsabilità del datore di lavoro? Ancora una volta: tutto è giusto è perfetto ?

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