Omaggio all’indimenticabile Bud Spencer tra ricordi di vita ed emozione

Così è stato e così riferisco. Sennonché, a rendere veramente straordinaria questa notizia è, paradossalmente, la sua ordinarietà, il fatto di rientrare in una consuetudine, di essere solo l’ultimo di tanti precedenti simili.

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Il nostro Marcotullio Barboni con Giuseppe Pedersoli, figlio di Bud

Giovedì 9 maggio l’Accademia di Ungheria ha ospitato una serata in omaggio di Bud Spencer incentrata sulla proiezione di un docu-film di un giovane regista ungherese che sta ottenendo un grande successo in quel paese. Vi hanno partecipato, insieme con noi, tanti amici e compagni di lavoro di Bud: per tutti è stata una bella occasione di ritrovarsi attorno alla sua famiglia nel ricordo del campione sportivo e dell’attore di successo, per rievocare tante indimenticabili esperienze e per constatare la stima e l’affetto che Bud non smette di riscuotere in Ungheria.

Così è stato e così riferisco. Sennonché, a rendere veramente straordinaria questa notizia è, paradossalmente, la sua ordinarietà, il fatto di rientrare in una consuetudine, di essere solo l’ultimo di tanti precedenti simili. Fatte le debite sostituzioni avrei potuto scrivere le stesse righe con riferimento ad eventi riferibili alla Germania, all’Austria, ai paesi scandinavi o a tanti altri.

A rendere assolutamente unico il “fenomeno Bud Spencer” è la circostanza che esso trascende il campione sportivo e l’attore, travalica i risultati cronometrici e quelli al botteghino e si trasferisce ben al di là dello sport e dello spettacolo, in un ambito più alto che dovrebbe essere appannaggio della psicologia e della sociologia.

Quando, infatti, un personaggio, qualunque sia stata l’attività nella quale si è espresso, non smette di essere amato dalle moltitudini che quella sua attività hanno seguito con fedeltà e passione per decenni; quando tante istituzioni, interpretando i sentimenti di chi rappresentano, gli erigono statue e gli intitolano strade e parchi pubblici; quando i suoi fans continuano ad organizzare in suo onore appuntamenti di tutti i tipi, da quelli incentrati sui suoi cibi preferiti ad altri che raccolgono coloro che si sono fatti tatuare la sua immagine o scene dei suoi film; quando la sua città di origine ritiene doveroso insignirlo del titolo di sindaco onorario ed i ventenni continuano a palesare nei suoi riguardi la stessa simpatia dei cinquantenni o dei sessantenni, quando tutto questo accade è perchè abbiamo a che fare non con personaggio ma con un uomo che ha intercettato i sentimenti, le aspettative ed i desideri di generazioni di spettatori e lo ha fatto nel modo più semplice e più difficile insieme: essendo semplicemente se stesso.

La grandezza di Carlo, è cosi che preferisco ricordarlo, è stata soprattutto quella di non cercare l’aderenza ad un ruolo, di non rincorrere uno stereotipo ma di offrire al pubblico la sua natura più autentica senza mai prendersi e, soprattutto, senza mai prendere in grande circo dello spettacolo troppo sul serio. Il tutto con una leggerezza direttamente proporzionale alla sua mole e, come ama ricordare la moglie Maria, con una sensibilità da fanciullo mai completamente cresciuto. “C’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza mai diventare adulti” recita il testo di una bellissima canzone di Battiato, là dove per adulto si sottintende colui che ha perso l’entusiasmo, la voglia di scoprire, di mettersi in gioco e di continuare a giocare. Tra i tanti talenti di Carlo quello a cui si riferisce Battiato è stato probabilmente il più spiccato e prepotente, quello che gli ha consentito di sintonizzarsi e di rimanere sintonizzato fino alla fine dei suoi giorni con i cuori di tante persone che non riescono a non ricordarlo con un sorriso.

 

 

Marco Tullio e Ginevra Barboni

 

 

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