La testimonianza in aula del capo della mobile: “La prima ad avvertire la questura è stata una commerciante”

Omicidio Fedeli, “Il sangue arrivava fino all’ingresso del negozio”

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Il negozio di Norveo Fedeli, poco dopo l'arrivo delle forze dell'ordine

“Il sangue arrivava fino all’entrata del negozio di abbigliamento in via San Luca”. Sono le parole del capo della squadra mobile di Viterbo, Gian Fabrizio Moschini. Ieri mattina, in corte d’assise, è ripreso il processo per l’omicidio del 74enne Norveo Fedeli, il commerciante di Viterbo ucciso dallo statunitense di origine sudcoreana Michael Aaron Pang. Il 22enne è reo confesso.

Il dirigente di polizia ricostruisce, dietro richiesta della pm Eliana Dolce, i primi momenti del fattaccio del 3 maggio scorso. “Erano le prime ore del pomeriggio – racconta Moschini – quando una donna contatta la polizia: era sotto choc. Arriviamo (io su un mezzo della scientifica), entriamo nel negozio e vediamo Fedeli immerso in una pozza di sangue”. I poliziotti sterilizzano subito la scena del delitto come da protocollo. “E individuiamo i possibili testimoni”, aggiunge Moschini.

Che poi racconta come è stato individuato l’imputato Pang. Sono state controllate le telecamere dei negozi e delle vie circostanti: “Dalle telecamere emerge la figura di una persona che esce da via San Luca”. Il giovane, di nazionalità straniera e con un cappellino da baseball rigirato e occhiali, ha una busta sulla mano destra e il piede sinistra coperto da un’altra busta. La cosa insospettisce gli inquirenti. Dall’analisi delle telecamere, i poliziotti vedono che nei giorni precedenti il 3 maggio, la stessa persona arriva e subito riparte dalla zona del negozio di Fedeli. Insomma, i sospetti aumentano.

Tanto più che le immagini hanno un riscontro nelle prime testimonianze. Come quella del figlio di Norveo Fedeli, che racconta come il padre in quei giorni aveva raccontato di essersi insospettito dall’atteggiamento di un giovane, che voleva comprare una gran quantità di abbigliamento, ma la sua carta di credito non funzionava. La vittima aveva fotografato il ragazzo, come prevenzione da eventuali truffe. Raccontò i suoi timori ai colleghi commercianti della zona.

In aula, davanti alla corte d’assise – presidente il giudice Silvia Mattei, a latere il togato Giacomo Autizi -, è stato sentito anche il gestore pakistano di un negozio di invio e ricezione di denaro (money transfer): “Lo conoscevo da giugno/luglio 2018 – ha detto ai giudici il traduttore del pakistano – perché Pang mi chiedeva di farlo lavorare. Poi, disse di voler rilevare un esercizio commerciale a Vetralla”. Ma l’attività commerciale non iniziò mai.
Non aprì mai l’attività anche perché, a un certo punto, iniziarono a mancare i soldi. “I miei genitori non mi mandano più denaro”, disse Pang al gestore del money transfer.

Da qui, i tentativi di acquisto nel negozio di Norveo Fedeli andati a vuoto, e tutto quanto ne consegue. “Questo indica che quando l’imputato entrò nella jeanseria – ha detto l’avvocato Fausto Barili, che assiste la famiglia Fedeli – sapeva di non poter pagare la merce”. Infatti, quel 3 maggio 2019, Pang voleva acquistare capi di abbigliamento per 600 euro.

Intanto, la corte ha affidato gli incarichi per le consulenze chieste dalla difesa di Pang (i legali Remigio Sicilia e Giampiero Crescenzi). Sono la perizia medica sulle ferite che Pang aveva su una mano e quella sui telefonini dello stesso imputato: la difesa vuole vederci chiaro sui dialoghi e sulla colluttazione tra la vittima e l’americano.

Si tornerà in aula 7 il 31 marzo 2020, il 28 aprile, il 26 maggio e il 30 giugno.

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