Omicidio Fieno: la procura mastica amaro, la difesa esulta

Uccise la madre e ne occultò il cadavere. Ieri la condanna a 15 anni più 3 di libertà vigilata

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VITERBO – I 15 anni di reclusione più tre di libertà vigilata per Ermanno Fieno sono rimasti indigesti alla procura. Che mastica amaro. Mentre non stava più nella pelle l’avvocato difensore del 46enne che a fine novembre 2017 uccise la madre e ne occultò il cadavere, nella casa del quartiere di Santa Lucia, a Viterbo.

Infatti, nelle parole ironiche del procuratore capo ci sta tutto il disappunto della pubblica accusa: “Beh, almeno sono stati dati i tre anni di libertà vigilata”, ha detto a caldo Paolo Auriemma, dopo le quasi due ore di camera di consiglio della giudice Rita Cialoni. Che non ha accolto la richiesta della pm Chiara Capezzuto. La quale, intorno alle 10,30 di ieri mattina, all’uscita dall’aula 1 del tribunale, aveva detto: “Abbiamo chiesto al giudice 20 anni per l’indagato. C’era l’aggravante del rapporto genitoriale, mentre per noi non c’erano i presupposti delle attenuanti generiche”. Da qui, sommando l’aggravante e togliendo un terzo della pena per il rito abbreviato, la richiesta della procura era stata di 20 anni: “Senza lo sconto del terzo, sarebbero stati 30”, aveva aggiunto la pm. Come dire: se non il massimo della pena, poco ci manca.

Ma il giudice ha ridotto ancora. Tanto da rendere raggiante il legale difensore, Roberto Massatani: “E’ andata bene? Di più”, ha detto con un sorriso ampio, uscendo dall’aula. “Una sentenza giusta. Il giudice non ha riconosciuto la seminfermità mentale, in quanto il perito nominato dal tribunale ha ritenuto non ci fosse la seminfermità. In ogni caso, la pena è giusta: siamo scesi sotto (la richiesta del pubblico ministero, ndr) di tanto. Con il riconoscimento della seminfermità saremmo scesi a dodici”. Ma forse sarebbe stato troppo per una procura che ha lavorato alacremente a un delitto che ha fatto scalpore.

In ogni modo, il gioco delle due superperizie ha avuto un impatto non secondario sulla sentenza. Lo psichiatra della difesa, Alessandro Meluzzi, aveva detto il 13 marzo scorso, subito dopo essere stato sentito dal gip: “Ermanno Fieno soffre di un disturbo di adattamento con umore depresso. Non è schizofrenico ma è incapace di intendere e soprattutto di volere, e se fossi nel giudice lo manderei in una comunità terapeutica. Non c’è più l’ospedale psichiatrico giudiziario, ma una volta un soggetto come Fieno sarebbe stato da opg, altro che da carcere”.

Di tono molto diverso la perizia dello psichiatra del tribunale, Giovan Battista Traverso. Il quale aveva parlato chiaramente di “nessuna infermità mentale”, convergendo con il collega Meluzzi solo sul disturbo dell’adattamento.

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