Palazzo crollato, non festeggiato il primo anno di penitenza di Via Cardinal La Fontaine

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sagginiStasera ho fatto una passeggiata nel Centro Storico di Viterbo in direzione di Via Cardinal La Fontaine.

Strada facendo ho notato come la festa di Halloween, abbia fatto ritornare in auge le passeggiate in Via del Corso. Infatti Corso Italia, proprio per celebrare la festa, era pieno di gente mascherata e senza maschera (Pirandello docet). Molte persone anche in Via Saffi, in Via S. Lorenzo e nelle zone vicine. In via Annio, quando stavo per entrare in Via Cardinal La Fontaine, ho incontrato due monache che si affrettavano verso il convento. Poi in Via Cardinal La Fontaine ho parlato con due signore chiedendo come mai la strada era ancora così. “Il Comune non fa niente”, è stata la prima risposta. Poi ho chiesto: “Ma cosa chiedete in concreto?” “La sistemazione della strada.” Ha risposto una delle due. “Ma gli affari come vanno?” ho chiesto ancora.

Una delle vie completamente ostruite dal ponteggio

“Io sono una commessa lo deve chiedere al titolare che non c’è.” “Quanto tempo è che la strada è in queste condizioni?” “E’ da agosto del 2018.” “Avete festeggiato il compleanno? Avete fatto la torta con una candelina?” ho chiesto. Entrambe si sono messe a ridere. In effetti è passato un anno e qualche giorno, e la situazione è ancora a “caro amico”. Mi dicono che i turisti che vanno a visitare la Chiesa del Gonfalone, (una tra le più belle di Viterbo), oltre che fotografare la chiesa, fotografano anche il palazzo assediato dalle transenne. Certamente si domanderanno come mai, un palazzo bombardato, dopo più di 70 anni, sia ancora presente in Viterbo. Quando sono passato davanti alle rovine del palazzo, un gatto nero mi ha attraversato la strada. Forse, ho pensato, andava a cenare con carne fresca di topi, presenti tra quelle macerie.

Comunque vederlo e fare un gesto apotropaico, è stato un tutt’uno. Andando avanti riflettevo tra me e me: all’ingresso della strada ho incontrato due monache, e poco dopo un gatto nero. Se lo raccontavo alla nonna Peppa, di questi due incontri sommati insieme, mi avrebbe certamente detto: “Caro il mio Giovanni, la soluzione del problema non è vicina. Anzi”.

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