Peccatrici “allontanate” dal Bullicame e… affitti quadruplicati!

Per descrivere con realismo un  quadro, di come la venuta del Pontefice, cambiasse tutte le regole che vigevano in materia di affitti, riportiamo alcuni esempi tratti da documenti dell’epoca.

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I documenti del tempo riferiscono di prezzi per gli affitti, legati alla permanenza in città del Pontefice. Infatti, per i proprietari di case, l’arrivo del Papa con al seguito la Curia e la Corte papale, costituiva un ottimo affare, perché gli affitti salivano repentinamente, raggiungendo sovente il quadruplo del livello ordinario.

Per descrivere con realismo un  quadro, di come la venuta del Pontefice, cambiasse tutte le regole che vigevano in materia di affitti, riportiamo alcuni esempi tratti da documenti dell’epoca.

Verso la metà del XIII secolo il priore di S. Angelo di Viterbo, stipula un contratto di affitto per alcune botteghe situate presso la Chiesa di S. Croce dei Mercanti (che oggi è sconsacrata e si trova in Via Saffi davanti al Palazzo Gentili), e ne fissa il prezzo annuo a ventotto lire di Viterbo. Nel contratto una clausola prevede che questa somma possa essere quadruplicata, “se il papa doveva venire ad abitare a Viterbo”.

Verso la fine del XIII secolo, l’arciprete di S. Lorenzo di Viterbo prescrive una clausola analoga: l’affitto della sua casa presso l’ospedale, deve passare da trentotto a novantasei soldi annui, in caso di arrivo della Corte papale a Viterbo. In questo secondo caso l’aumento è solo del 250%.

Per un gran numero di procuratori, penitenti, pellegrini e ambasciatori, il soggiorno in una città come Viterbo, perdeva la sua ragione d’essere soprattutto se le contrapposizioni all’interno del collegio Cardinalizio, rendevano lunghi i tempi della sede vacante. A Viterbo ci furono conclavi abbastanza lunghi, e tra questi anche quello più lungo nell’intera storia della Chiesa, che durò due anni e nove mesi.

Il 2 ottobre 1264, alla morte di Urbano IV, primo Papa eletto a Viterbo, le tensioni sul mercato degli affitti, s’inasprirono al punto che il suo successore, Clemente IV subito dopo la sua elezione, decretò che in caso di vacanza della Sede Apostolica, gli affitti dovevano essere ridotti a un quarto della somma, che era stata fissata dai tassatori.

Il ricordo dei vantaggi economici che la residenza papale aveva portato nella città col simbolo del leone nemeo, era ancora vivo anche dopo più di trent’anni, da quando il Papa aveva abbandonato Viterbo.

Infatti, nel 1311 quando il Papa già risiedeva ad Avignone, Pietro rettore di S. Giovanni in Zoccoli, nel suo testamento ordina che l’affitto di una casa, dovrà essere distribuito al clero presente ai vespri e alla messa, da celebrarsi nell’anniversario della sua morte. Preciso e anche previdente, il testatore aggiunge questa clausola: “Il numero delle messe e il luminario dovranno essere raddoppiati se il papa venisse a trasferirsi a Viterbo”.    

L’arrivo del Papa provocava improvvisi aumenti di prezzo, non solo per quanto riguarda gli affitti, ma anche nel campo alimentare. Con ironia, l’Abate di Andres racconta che a Viterbo, dove Innocenzo III trascorse l’estate del 1207, “…tranne ogni corpo umano venale e ciò che serve ai cavalli, nulla è stato mai venduto più caro”.

I benefici economici che l’arrivo della Corte aveva generato a Viterbo, erano notevoli e sotto gli occhi di tutti. I responsabili della Curia lo sapevano e ne approfittavano, ottenendo un gran numero di privilegi, soprattutto per quanto riguardava gli alloggi. Gli accordi stipulati tra la Corte papale e la città di Viterbo, sotto il pontificato di Niccolò III, ne sono una testimonianza.

Il primo maggio del 1278 il Pontefice Niccolò III, nella sua residenza presso S. Pietro in Vaticano, ricevette l’ambasciatore della città di Viterbo, con il quale preparò un accordo per passare l’estate nella città. La sua permanenza durerà dal 20 giugno al 9 ottobre.

Il nuovo accordo prevede poche varianti rispetto a quello precedente del 1266. Al primo articolo c’è la politica inquisitoria della Curia, che il Pontefice voleva imporre a tutte le città dello Stato pontificio.

Il Comune doveva affidare agli inquisitori, il compito di reprimere gli “eretici, i credenti, i loro ospiti e i loro sostenitori”, e inserire nei suoi capitularia, gli statuti promulgati dal Pontefice, e gli altri editti contro gli eretici.

Tutti gli altri articoli trattano dei problemi che si riferiscono alla sistemazione in città dei membri della Curia. Il Comune deve costruire, senza alcun onere per le chiese e i monasteri della diocesi, una grande “aula decente e bella con il guardaroba”, accanto alla “camera” che aveva fatto costruire Alessandro IV.

Il controllo dei prezzi era affidato a due tassatori (viri providi et honesti), nominati uno per parte dal camerlengo papale e dal Comune. Poi in caso di conflitto, il nuovo accordo rivede la regola del 1266, e non prevede più un terzo tassatore nominato dal camerlengo, che aveva poteri decisionali, ma stabilisce che l’ultima parola sia prerogativa del Vescovo di Viterbo.

Andando avanti all’articolo 8 leggiamo che un sacco di frumento “buono e puro” destinato al Papa, ai Cardinali, alle loro familie e a tutti gli altri curiam sequentes, non potrà essere venduto a un prezzo superiore a sedici soldi, l’orzo a dieci e il farro a otto.

All’articolo 9 invece si conferma che prezzi fissi dovranno essere validi anche per la carne, la legna, i pesci, il mangime e le altre derrate necessarie agli uomini e agli animali.

Il Comune s’impegnava anche a garantire la sicurezza delle strade e a rimborsare le vittime di violenze e rapine. La città in particolare doveva proteggere giorno e notte le vettovaglie del Papa, inviate prima del suo arrivo e risarcire gli eventuali danni. Per il loro trasporto il Comune avrebbe messo a disposizione cavalli ed equipaggi, sulla base del prezzo fissato dai predetti tassatori. (Artt.11-13 dell’accordo). All’articolo 15 si sanciva che i curiali rimanevano sotto la giurisdizione del marescalco papale. All’articolo 18, si comanda poi l’eliminazione, per motivi di igiene, delle nauseabonde piscine di lino, che dovranno essere trasferite lungo il torrente di acqua calda che scorre dal piccolo lago del Bullicame (oggi detto del Bagnaccio). Infine, c’era un impegno della città di Viterbo a mantenere stabile la moneta e ne fissava i rispettivi cambi.

Nel testo dell’accordo compaiono poi, come per incanto, le mai dimenticate peccatrici di dantesca memoria. Infatti, l’articolo 14 stabilisce che le prostitute devono essere allontanate dal Bullicame. In quegli anni il binomio peccatrici-Bullicame sarà un problema che la città di Viterbo, si trascinerà a lungo con alterni risultati. Infatti, qualche secolo più tardi, le stesse donne esercitanti il mestiere più antico del mondo, saranno addirittura invitate a bagnarsi esclusivamente al Bullicame. Esiste, infatti, un documento inserito nelle “Riforme” del Comune di Viterbo, stilato il giorno11 maggio 1469 nel quale si ordina: “[…]… che nessuna meretrice ardisca né presuma da hora nanze bagnarse in alcun bagno dove sieno consuete bagnarse le citadine et donne viterbese, ma si vogliono bagnarse vadino dicte meretrice nel bagno del Bullicame, sotto pena d’un ducato d’oro e de quactro tracte de corda”. […].

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