Pedofilia, pakistano in libertà. Procura e questura masticano amaro, divergenze con il giudice

Il pakistano accusato di violenza su quattro bambine non è stato riconosciuto dalle presunte vittime: si va verso l’archiviazione?

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Conferenza stampa dell'arresto del pakistano: da sinistra il capo della mobile Gian Fabrizio Moschini, il questore Massimo Macera, il vicario Carmine Ingrosso

E ora che l’accusato di pedofilia è stato scarcerato, cosa si fa? O meglio, cosa faranno procura e polizia?

Il pakistano 29enne tornerà a lavorare nella sua azienda agricola; firmerà ogni giorno in questura e riprenderà la sua vita normale? Oppure le indagini preliminari avranno un cambio di passo e ci saranno altri elementi più solidi delle immagini di telecamere che, come hanno sempre sostenuto i difensori dell’accusato di violenza sessuale su quattro minorenni, “non dimostrano la colpevolezza del nostro assistito”?

 

Il capo della procura di Viterbo, Paolo Auriemma, e la pm del caso pedofilia, Chiara Capezzuto

E dire che la mattina di sabato 1 giugno 2019, il questore Massimo Macera, il vicario Carmine Ingrosso e il capo della squadra mobile Gian Fabrizio Moschini si affrettarono (d’altronde la questione sicurezza è materia di primissimo piano per il Viminale, soprattutto con Matteo Salvini ministro) a spiegare come l’intervento della polizia avesse assicurato alla giustizia un uomo che si era, presumibilmente, macchiato di un delitto infamante: la violenza su delle bambine.

In quell’occasione i vertici della questura rassicurarono i cittadini, scossi da episodi di violenza, circoscritti in poche settimane, come mai era avvenuto nella tranquilla provincia di Viterbo (alla rinfusa: il delitto di Ronciglione, l’omicidio del commerciante Fedeli, lo stupro in piazza Sallupara, per non parlare di mafia viterbese).

Il questore interpretò i dati sui reati nella Tuscia, in salita e in controtendenza rispetto al resto del Lazio: si sente parlare di più di delitti in quanto le forze dell’ordine lavorano meglio e fanno più arresti. Di conseguenza c’è una maggiore informazione sui reati, e l’opinione pubblica ha più paura.

L’ordinanza di scarcerazione del pakistano. Tornando al fatto specifico della pedofilia e dei quattro casi (ma si teme siano di più) per cui è ancora indagato il pachistano, la scarcerazione potrebbe portare all’archiviazione. Lo chiedono al pm Chiara Capezzuto i difensori d’ufficio del 29enne, Samuele De Santis e Marina Bernini, che si basano sull’ordinanza con cui il gip Francesco Rigato lo ha fatto uscire: “Quadro indiziario fortemente mutato, quindi devono ritenersi mutate anche le esigenze cautelari, ormai tali da non giustificare più in alcun modo l’applicazione della misura massimamente afflittiva (la cella, ndr) e tali da poter essere fronteggiate con la assai più blanda misura dell’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria in orari che saranno concordati con il dirigente del reparto cui i controlli vengono demandati”.

Tutto questo, nonostante “il parere espresso dal pm” sia “contrario alla sostituzione della misura carceraria con quella degli arresti domiciliari, ritenendo (la Capezzuto, ndr) immutate le esigenze cautelari (…)”.

Da qui, è chiara la lontananza di vedute tra il giudice e la procura: una distanza che potrà mutare se ci saranno nuovi elementi che verranno fuori dal prosieguo delle indagini preliminari. Anche se gli avvocati difensori (di parte, ovviamente) parlano di un’ordinanza di liberazione che “è una pietra tombale sull’indagine: a questo punto ci aspettiamo che la procura richieda l’archiviazione”.

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