Personaggi e tradizioni della Tuscia – la prima gelateria artigianale: quella di Pizzeccacio

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Gelati d’estate e  caldarroste in inverno.
Pizzeccacio, con il suo carretto, adattava le vendite alle diverse stagioni, riscuotendo sempre grande successo.

Lo chiamavano tutti Pizzeccacio, ma il suo vero nome era Dante Costantini. Egli nacque a Viterbo il 21 luglio 1894.  Figlio di Giacomo –  detto Jachella – e di Francesca Sanetti di Vetralla (che morì giovane), aveva due fratelli e una sorella di nome Maria. Uno dei suoi fratelli era stato soprannominato il Cacino.

Dante, da piccolo,  ebbe la poliomielite, malattia che in viterbese si diceva “‘nfantijiole”.
Pizzeccacio fu accolto da coppia di ragazzi che gestivano un locale di “Vino e cucina” in via dell’Orologio Vecchio. Durante la stagione invernale, Pizzeccacio preparava e vendeva le caldarroste all’angolo fra via Teatro Genio e via dell’Orologio Vecchio, usando una specie di bidone trasformato in braciere. Preparava tanti cartocci fatti di fogli di giornate in cui metteva e vendeva le profumate caldarroste dei Cimini. A quei tempi, il luogo era di passaggio, soprattutto per chi faceva la fila per entrare al Genio. Le castagne bollenti erano riposte in un cesto coperto da un vecchio panno di lana, per tenerle calde.

Pizzeccacio cominciò poi a venderle anche dentro il cinema.
Finite le castagne, a Carnevale vendeva “Coriandele zigrinate che vengono da Udele (Udine) e da Corfù”, cioè coriandoli di qualità (che probabilmente faceva lui stesso).
D’estate diventava il sogno di ogni bambino e adulto. Si trasformava in venditore di gelati artigianali. Quello al limone era delizioso!
Aveva imparato a fare il gelato da suo padre.
Indossava una giacchetta bianca, da vero gelataio, e serviva ottimo gelato alla crema e al limone, preparato usando un macchinario, che teneva nel suo magazzino.
Lo vendeva in un bicchierino (2 soldi), nella doppia rotella di cialda manovrata da uno strano aggeggio (4 soldi) e nel rettangolo, sempre di cialda (che costava addirittura mezza lira).
Terminò l’attività nel 1966 e morì in ospizio il 3 giugno 1970, a 76 anni. Viene ricordato dai viterbesi più anziani con simpatia e anche ammirazione per la sua intraprendenza.

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