Secondo tutte le agenzie Biden sarebbe matematicamente presidente ma tra voti scomparsi, presunti morti viventi e ricorsi alla Corte Suprema tutto può ancora succedere

Presidenziali, che cosa sta succedendo in America e quali sono le mosse che potrebbero far vincere Trump

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Sono quasi 4 giorni che il mondo intero attende di sapere chi tra Donald Trump e Joe Biden sarà il 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Al momento secondo The Associated Press, una delle agenzie più rilevanti, Biden sarebbe a quota 264 grandi elettori su 270 mentre Trump fermo a quota 214.

Eppure secondo molti dietro queste elezioni si cela l’ombra inquietante dei brogli elettorali, temuti da Trump che ha cercato (il come lo vedremo in seguito) di tutelarsi. Vicino alla mezzanotte ora italiana, l’attuale inquilino della Casa Bianca in diretta ha parlato apertamente di brogli e di corruzioni, invocando a gran voce – e per l’ennesima volta – l’intervento della Corte Suprema. Ed in effetti, ci sono alcune circostanze che pare riduttivo definire quantomeno sospette, iniziamo.

I 300MILA VOTI SCOMPARSI

Come tutti sapete, in questa particolare tornata elettorale c’è stato un ricorso mai visto ai voti per posta. Un po’ la paura di contagiarsi ai seggi, un po’ i numerosi appelli fatti dai Democratici (la maggioranza delle schede appartengono agli elettori dem) ed ecco che i voti per corrispondenza hanno toccato la cifra di 160 milioni. Ma c’è, proprio a riguardo dei voti postali, un alone di mistero che avvolge una fetta non proprio irrilevante di essi: 300mila voti, spediti in Stati contesi tutt’oggi, sono letteralmente spariti. Eppure questi voti esistono nella realtà, dato che sono stati ricevuti e scannerizzati nelle sedi dello United States Postal Service ma, inspiegabilmente, non esiste traccia della loro uscita e del recapito agli uffici elettorali dove avrebbero dovuto essere scrutinati. Trump ha sempre sostenuto che il sistema dei voti per corrispondenza fosse fallace, e questa potrebbe esserne una prova.

ANCHE I MORTI HANNO VOTATO BIDEN

Tutti, ma proprio tutti, sembrano aver votato massicciamente per il democratico Joe Biden. Anche gli ultracentenari ed addirittura alcune persone morte nel secolo scorso. Esatto, stando a quanto trapelato da Media americani, indipendenti e non, ci sarebbero alcune schede provenienti dal controverso voto postale che apparterrebbero a persone ultracentenarie o, addirittura, morte. Come riporta il commentatore Fleccas, nella contea di Mason, in Michigan (Stato al centro di una contesa tra i due candidati dato che Biden grazie ai ballots è riuscito a rimontare il cospicuo svantaggio), hanno votato signore alla veneranda età di 119 anni, mentre nella contea di Jackson, sempre in Michigan, signore di 120 anni. Ma non è finita qui. Il New York Post scrive che nelle schede elettorali inviate al consiglio di New York figurerebbero parecchi votanti morti: i registri della Grande Mela mostrano che il consiglio elettorale ha ricevuto un voto postale da tale Frances Reckhow di Staten Island, elettrice ovviamente democratica. La signora è nata – ma sarebbe meglio usare il passato – il 6 luglio 1915 e oggi avrebbe raggiunto perciò la veneranda età di ben 105 anni, peccato che sia morta nel 2012 secondo un necrologio dello Staten Island Advance. Un altro voto è stato spedito anche da una signora chiamata Gertrude Nizzere, anche lei democratica per giunta registrata, nata il 7 febbraio 1919. Oggi la signora sarebbe leggermente più giovane delle altre (101 anni), peccato che anche lei sia deceduta. E, per finire, come non menzionare lo straordinario caso di William Bradley, anche lui sostenitore e votante dem nato nel 1902 in Wisconsin e morto nel 1984.

COSA PUO’ FARE TRUMP (E LA CORTE SUPREMA)

C’è un precedente piuttosto illustre che potrebbe ripetersi anche in queste elezioni, si tratta della contesa Gore vs Bush andata in scena nel 2000, agli albori del nuovo millennio. In quel caso al centro del dibattito c’era un solo Stato (la Florida) al centro delle polemiche per via di uno scarto quasi inesistente tra i due candidati, Bush ricorse alla Corte Suprema degli Usa che assegnò lo Stato ai repubblicani, facendo sedere Bush alla Casa Bianca. Anche Donald Trump ha minacciato di ricorrere alla Suprema Corte e, molto probabilmente, manterrà fede alla parola data. In questo momento alla Corte c’è il dominio dei conservatori, vicini ai repubblicani: 6 giudici su 9, dettaglio che fa tremare Biden ed il suo partito proprio perchè i giudici potrebbero decidere di nominare nuovamente un repubblicano a Presidente. Il sistema elettorale americano è una sorta di magic box, al suo interno esistono infatti miliardi di interpretazioni e leggi, talvolta anche contrastanti tra loro, ma anche molti, moltissimi, criteri temporali. Noi abbiamo deciso, raccogliendo più informazioni possibili dalle fonti americane, di elencare i 4 fattori che potrebbero mettere a serio rischio la vittoria di Biden, spianando la strada ad un secondo mandato per colui che invece è l’attuale Presidente.

1) Tra l’Election Day e il giorno del giuramento del nuovo Presidente passano 79 giorni: in questo periodo avvengono appuntamenti cruciali come quello del 14 dicembre, quando i grandi elettori dovranno esprimere il voto che determinerà chi sarà, appunto, il nuovo Presidente. Prima ancora, esattamente l’8 dicembre, ha luogo il “Safe Harbor Day”: entro questa data la legge permette il conteggio delle schede, ossia entro questa data tutti i voti devono raggiungere la vidimazione. A quel punto gli Stati certificano il risultato e determinano i grandi elettori.

2) Le procedure di riconteggio sono complesse e lunghe, dunque, più ricorsi vengono presentati, più esistono possibilità che uno Stato, o anche più Stati, non certifichino un risultato ufficiale entro la data dell’8 dicembre, quando – come detto sopra – dovranno essere nominati i grandi elettori. Ed ecco che torna il caso Gore vs Bush: da quella contesa esiste una sentenza firmata dalla Corte suprema secondo la quale gli Stati possono decidere loro i grandi elettori senza rispettare necessariamente l’esito dell’urna. Ed il punto è che i parlamenti degli Stati più contesi e dove Biden ha costruito de facto la sua vittoria (Pennsylvania, Arizona, Georgia, Michigan e Wisconsin) sono a maggioranza repubblicana, dettaglio non proprio influente.

3) Il rischio concreto è che, alla luce di queste ormai quasi del tutto inevitabili situazioni, l’8 dicembre ci si trovi ad uno stallo e che la contesa legale intorno alla presidenza entri nel suo terzo ed ultimo stadio. A quel punto sarà la Camera dei Rappresentanti – ovvero la nostra Camera dei Deputati – a votare chi sarà il presidente. Al momento in Aula la maggioranza appartiene ai democratici, ma la base prettamente giuridica di questa procedura d’emergenza non è ben vista, questo aprirebbe definitivamente la strada all’intervento finale della Corte Suprema che, come detto, vede una schiacciante maggioranza repubblicana grazie soprattutto alla nomina (voluta da Trump) del giudice Amy Coney Barrett.

4) Esiste una consuetudine non vincolante che si ripete dal 1896 circa: il “concession speech”. Questo sarebbe il classico discorso in cui, a spoglio ormai concluso, il candidato perdente ammette la sua sconfitta, ipotesi non contemplata da Trump. Questa sorta di concessione nascerebbe per contribuire in modo sostanziale ad un “trasferimento pacifico dei poteri”, ma, come detto, non è scritta nella Costituzione, pertanto Trump non sarebbe neanche obbligato ad osservarla. Questo rischierebbe di protrarre la battaglia legale fino a gennaio, inasprendo la divisione inaudita e mai vista del Paese a stelle e strisce.

Si prospettano mesi davvero duri per gli Usa, l’incertezza sul nome del 46esimo Presidente rischia di condizionare i mercati, con il Covid sempre pronto a fare la sua parte.

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