Gli scienziati si dovrebbero interrogare sul perché il maggior numero di reazioni avverse riguardino le donne

Psicosi vaccini, i rari casi di reazioni avverse mettono a rischio il piano vaccinale

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Una campagna informativa che invece di tranquillizzare accresce i dubbi. E il danno è fatto.

Lo stop and go su AstraZeneca ha generato timori tra la popolazione: prima autorizzato dai 18 ai 55 anni poi ampliato sino ai 65 e infine dopo l’ultima verifica Ema la scorsa settimana – per accertare il nesso di causalità tra il siero e i casi di trombosi cerebrale – la raccomandazione dell’utilizzo sugli over 60 con la puntualizzazione che “i benefici superano i rischi”. Sottolineatura che alle orecchie di chi era in procinto di vaccinarsi non è risultata per nulla rassicurante se, come sta accadendo in Lombardia ma non solo, il 15% rinuncia all’inoculazione del siero anglo-svedese.

E non migliora certo la fiducia nel vaccino di Oxford la notizia che la Danimarca, dopo averlo temporaneamente sospeso l’11 marzo, ora sembra intenzionata a uno stop definitivo.

E il copione sembra adesso ripetersi con il vaccino monodose Jhonson & Jhonson. A Pratica di Mare sono depositate 184mila dosi in attesa di essere distribuite. Ma pressoché in contemporanea gli Stati Uniti sospendono il siero, a seguito di sei rari casi di gravi reazioni avverse, su quasi 7 milioni di vaccinati.

I sei casi hanno riguardato altrettante donne di età compresa tra i 18 e i 48 anni.

Perché la maggior parte delle reazioni avverse, sia per AstraZeneca che per Jhonson & Jhonson, interessano il genere femminile?

Magari verifiche e valutazioni sulle possibili complicanze dei vaccini potrebbero prendere spunto da questo elemento comune.

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