Raniero Gatti era analfabeta ma costruì il meraviglioso Palazzo Papale

I primi rappresentanti della stirpe che assumerà poi il nome Gatti, arrivarono a Viterbo presumibilmente nella seconda metà del secolo XII

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sagginiIl 30 Aprile del 1266 il Pontefice Clemente IV arrivò a Viterbo, accolto da tutto il popolo con grandi festeggiamenti di piazza, e prese dimora nel nuovo Palazzo Papale, che era stato oggetto di  una radicale trasformazione ad opera di Raniero Gatti il Vecchio. Gli onori di casa furono fatti dallo stesso Gatti, eletto per la terza volta alla carica di Capitano del Popolo, fiero come non mai per la meravigliosa opera che aveva portato a termine.

Oltre ai Gatti la “granditia” viterbese era formata da altre famiglie importanti di Viterbo come i Tignosi, i Monaldeschi, gli Alessandri, i Fortiguerra, i Clarimbaldi, i Poli, i Villani, i Cocco, i Finaguerra, i Paltoneri e i Petri Boni. Dall’ultimo quarto del secolo XII in poi, i consoli e le persone che eserciteranno le funzioni più importanti nel Comune, usciranno sempre da una di queste famiglie.

I primi rappresentanti della stirpe che assumerà poi il nome Gatti, arrivarono a Viterbo presumibilmente nella seconda metà del secolo XII. Di questa famiglia abbiamo notizia per la prima volta con Rolando Veralducii, dal quale discendeva Bartolomeo di Rolando Veralducii, già console prima del 1212, padre di quel Raniero Gatti il Vecchio, che assunse un’importanza primaria nella storia della città di Viterbo.

Per la completa comprensione del momento storico, bisogna distinguere due Raniero Gatti, che chiameremo il Vecchio e il Giovane. Al primo va attribuito il rifacimento del Palazzo Vescovile, che aggiungerà alle bellezze monumentali di Viterbo il nuovo Palazzo Papale. Al figlio con il suo stesso nome, che chiameremo il Giovane, sono invece da attribuire le azioni ardimentose che misero in clausura i membri del sacro collegio, restii a eleggere il successore di Clemente IV, e anche il successivo scoperchiamento del tetto. Raniero Gatti il Vecchio, eponimo della sua dinastia, aveva anche cambiato il proprio cognome da de Brettonibus o Veralducii in Gatti, aggiungendo nello stesso tempo un gatto, allo stemma di famiglia. Le basi della ricchezza della famiglia appaiono, sin dalle prime generazioni, saldamente legate al commercio dei cereali, e al prestito di denaro. Già Rolando, il nonno di Raniero il Vecchio, è impegnato in queste due attività.

Nel 1217, nella divisione dei beni fra i suoi tre figli (Bartolomeo, Leonardo e Veraldo) sono elencate più di 1500 lire di crediti ancora da riscuotere, per prestiti che aveva concesso ai suoi concittadini, con tassi da usura. A questo importo in denaro, si aggiungeva un cospicuo patrimonio immobiliare cittadino, costituito da palazzi, case e torri che essendo denominate, ancora con riferimento ai precedenti proprietari, hanno tutta l’aria di essere pegni non riscattati, passati nelle proprietà di Rolando, solo da poco tempo. L’attività principale del prestito di denaro, a un interesse del 10 per cento, come previsto dagli statuti vigenti, insieme con il commercio dei prodotti agricoli, continuò a costituire la base della fortuna dei Gatti, anche per le generazioni successive, tanto da guadagnare a questa famiglia la definizione di “prima banca viterbese”.

La ricchezza, la proprietà di castelli nel contado di Viterbo, e la notorietà acquistate nel tempo, resero possibile l’ingresso della famiglia nell’aristocrazia cittadina. La prima occasione in cui Raniero Gatti il Vecchio, ebbe modo di mettersi in luce e mostrare tutto il suo ardimento, fu un’assemblea cittadina convocata dal Podestà conte Simone di Chieti, (nominato da Federico II), per diffidare i Viterbesi dal continuare a tramare contro l’Imperatore. Correva l’anno 1242 e tra la popolazione di Viterbo, serpeggiava il malcontento contro le milizie di Federico II, capitanate dal conte Simone di Chieti, e a soffiare sui motivi dello scontento, c’era il Cardinale viterbese Raniero Capocci, che premeva affinché Viterbo tornasse sotto l’influenza papale.

In quell’assemblea il futuro Capitano del Popolo uscì allo scoperto, prendendo la parola per criticare pubblicamente l’operato del Podestà. Il suo intervento diede l’avvio a un confronto tra le fazioni cittadine, all’interno delle quali prevalse quella filopapale, che prese subito l’iniziativa aprendo le porte della città al Cardinale Raniero Capocci. Questi vi entrò il 9 settembre alla testa delle sue truppe, mentre il conte Simone di Chieti, vicario di Federico II, trovava protezione e rifugio nel castello di San Lorenzo, insieme con le truppe imperiali e i viterbesi che appartenevano alla fazione ghibellina.

Con quest’atto Viterbo voltava le spalle all’Imperatore, e si gettava di nuovo nelle braccia del Papa. Federico II non gradì questo voltafaccia, e due mesi dopo venne a Viterbo alla testa di un poderoso esercito, e pose assedio alla città nel tentativo di conquistarla con le armi. Sebbene il ruolo di Raniero Gatti nella ribellione dell’agosto 1243, sia ricordato solo nelle cronache cittadine, una conferma dei suoi legami con Raniero Capocci, viene dal fatto che il figlio Visconte, già promesso in matrimonio nel 1253, alla figlia di un esponente viterbese della parte ghibellina, nel 1258 sposò invece Teodora, una pronipote del Cardinale Capocci.

A partire dal 1246 Raniero Gatti il Vecchio, assunse responsabilità dirette e di primo piano nella vita politica viterbese, che da quel momento e per i due decenni successivi sarebbe stata monopolizzata dalla sua famiglia.

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