Il loro svolgimento è garantito dalla Costituzione come manifestazione della libertà dell’individuo: principio messo nero su bianco da una sentenza della Cassazione del 2017

Rave party, gli organizzatori respinti dalla gendarmeria francese. “In Italia non sono puniti”

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VITERBO – Il 19 giugno erano stati respinti dalla gendarmeria francese a Nizza; poi hanno puntato l’Italia. Prima il tentativo nel bresciano, risoltosi in un flop; quindi i party abusivi di Pisa, a inizio luglio, e quello nel viterbese, chiuso con tremila identificati dopo 6 giorni di beat forsennati, e culminato nel dramma di un 24enne morto nel lago di Mezzano. Gli organizzatori transalpini sono gli stessi: questo, ormai, è sicuro. Come certo è il modus operandi della regia: l’internazionale dei rave punta un terreno, lo studia e poi inizia a far circolare la location su Telegram con un mese di anticipo sull’inizio dell’evento. Uno stratagemma che consentirebbe di non venire scoperti. Ma, al di là, delle polemiche – a iosa – che hanno fatto seguito al raggruppamento clandestino di migliaia e migliaia di persone, c’è un dato che merita di essere preso in considerazione. E cioè il fatto che organizzare un rave party in Italia non è reato; anzi, il suo svolgimento è garantito dalla Costituzione come manifestazione della libertà dell’individuo. C’è tanto di sentenza della Corte di Cassazione a mettere il sigillo su questo principio, Cassazione intervenuta nel 2017 annullando una condanna decisa dal tribunale di Pisa a carico di un giovane ritenuto per l’appunto di un raduno musicale e non solo. Beninteso: l’assoluzione della Suprema Corte riguarda solo l’atto di organizzare il rave, ma non esime chi vi prende parte da tutta un’altra serie di reati che in genere fanno da corollario a queste manifestazioni. A cominciare dal fatto che, in regime di pandemia, le norme sanitarie vietano qualunque tipo di assembramento. Come è avvenuto ad esempio in occasione del raduno di questi giorni in provincia di Viterbo.

Sta di fatto che nel 2016, ricorda Corriere.it i giudici di Pisa avevano condannato un giovane ritenuto responsabile di “avere organizzato, in concorso con altre persone non identificate, senza alcuna autorizzazione una festa da ballo (cd “rave party”) in luogo pubblico, essendo stato colto al mattino nell’atto di caricare su un furgone, dal medesimo noleggiato, apparecchi audio impiegati per la diffusione sonora”. All’imputato era stato contestata la violazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza per non aver chiesto a nessuna autorità il via libera per l’happening musicale.

Il difensore aveva reclamato la “tenuità del fatto”, sottolineando anche che la festa , svoltasi su un terreno agricolo, aveva avuto carattere privato. La Cassazione ha accolto il ricorso in quanto l’intrattenimento si era tenuto “in mancanza di fini di lucro”. Viene anche richiamata una sentenza del 1970 secondo la quale “gli intrattenimenti in luogo aperto per i quali è previsto l’assenso della questura violano l’art. 17 Cost., nella parte in cui si riferiscono a trattenimenti non indetti nell’esercizio di attività imprenditoriale”.
L’articolo 17 della Costituzione recita testualmente “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso”. Aggiunge anche che “delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” ma i giudici hanno ritenuto che l’episodio in questione non ricadesse entro tale perimetro. “Il diritto di riunione – ecco un passaggio della sentenza – è tutelato nei confronti della generalità dei cittadini, che, riunendosi, possono dedicarsi a quelle attività lecite, anche se per scopo di comune divertimento o passatempo”. Non così sarebbe stato, sempre secondo la Cassazione, se la riunione fosse state organizzata a scopo imprenditoriale. “In tal caso non è il diritto di riunione quello che egli intende esercitare, bensì il diritto di libera iniziativa economica”. In questo caso si entra nell’ambito dell’articolo 41della Costituzione “che, peraltro, ammettono limiti e controlli nel pubblico interesse”.

Risultato: condanna annullata “senza rinvio”, imputato assolto “perché il fatto non sussiste” e sentenza (la numero 36228) depositata in cancelleria il 21 giugno 2017. Come detto, tuttavia, è troppo presto per dichiarare il “libero rave in libero stato”. Se infatti l’atto in sè di convocare via social o con altre forme di passaparola un raduno per ballare, sentire musica a tutto volume o dedicarsi ad altre attività di svago è del tutto lecito, restano intatte tutte le altre ipotesi di reato che anche nel caso di Viterbo sono avvenute alla luce del sole e indisturbate: spaccio di stupefacenti (c’era persino un tariffario con i prezzi di ketamina ed ecstasy), occupazione di proprietà privata, danneggiamenti fino ad arrivare alla violazioni delle norme sanitarie legate al Covid. All’estero non va sempre così e anzi, proprio uno dei partecipanti ha raccontato al Corriere che la “carovana” del rave si è spostata dalla Francia (dove le autorità avevano troncato la festa sul nascere) verso l’Italia proprio contando di avere meno fastidi.

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