La recensione

Ritratto della giovane in fiamme, una ricerca dell’identità sessuale che affonda nel passato

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Grazie alla Lucky Red di Andrea Occhipinti, è uscito anche nelle sale italiane “Ritratto della giovane in fiamme”, un film che è risultato vincitore per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes e agli European Film Award ed ha collezionato, sempre per la sceneggiatura, prestigiose candidature in altri importanti premi (Goya, Golden Globe,  BAFTA…).

Abbiamo così avuto modo di apprezzare un’opera assolutamente pregevole, femminile e femminista, delicata e, allo stesso tempo, incredibilmente forte e dinamica. Un’opera che probabilmente non scalerà le vette dei box office ma che nessun amante del buon cinema dovrebbe perdere.

La regista è un’autrice francese di 41 anni, Céline Scianna, che, dopo l’acclamato “Tomboy”, è tornata dietro la macchina da presa per raccontarci una storia d’amore e di innamoramento in cui l’atto artistico è simbolico, totale e completo e che, spaziando dalla pittura alla letteratura, dalla musica alla scrittura, funge da mezzo attraverso il quale l’amore nasce, si nutre e si manifesta.

Se fosse un’opera letteraria lo definiremmo un romanzo di formazione, perché non si limita a raccontare una storia d’amore ma si spinge molto più in profondità, andando a rappresentare la ricerca femminile della comprensione del proprio corpo, della propria persona, dei propri desideri, fino al raggiungimento di un’emancipazione che, manifestandosi definitivamente attraverso la sessualità, diventa un atto politico, non solo circoscritto  al Settecento, epoca in cui il film è ambientato, ma universale ed eterno.

Scianna è riuscita a rappresentare tutto questo fondendo magistralmente la teoria con la tecnica, la forma con il contenuto, ed impreziosendo una sceneggiatura straordinaria ed estremamente simbolica con una regia di altissimo livello. “Ritratto di una giovane in fiamme” sembra, infatti, un arazzo, tessuto da sguardi, sussurri, respiri, scogliere, mareggiate, falò notturni ed odore di salsedine, in cui il mondo che viene rappresentato è esclusivamente e puramente femminile. La figura maschile è periferica ma metaforicamente e letteralmente vettoriale perché rappresentata sia dagli uomini che all’inizio della narrazione traghettano la protagonista dalla terra ferma all’isola su cui si svolge la vicenda, che dalla figura invisibile ma, nonostante questo, perennemente presente, tanto da risultare a volte psicologicamente quasi violenta, dell’uomo al quale il ritratto del titolo è destinato.

A rendere questo film ancora più armonico e prezioso si aggiungono una fotografia a lume di candela resa materica dai colori e dal calore della luce, in cui ogni inquadratura è un vero e proprio quadro che richiama lo stile proprio dell’arte pittorica settecentesca, e una colonna sonora che, come un puntello emotivo, è capace di rafforzare la tenerezza, la grazia e lo struggimento di sentimenti che le due bravissime e misconosciute attrici protagoniste –  Adèl Haenel e Noémie Merlant – sono state in grado di rappresentare magistralmente.

Con questo suo quarto lungometraggio Céline Scianna prosegue quindi la sua ricerca sull’identità sessuale volgendo, per la prima volta, lo sguardo al passato, a quel 1770 in cui la storia è ambientata e al quale seguirà, poco meno di un ventennio dopo, lo scoppio della Rivoluzione per antonomasia, quella che cambiò non solo la Francia ma anche l’Europa, ma che, tuttavia, non riuscì a debellare le costrizioni ed i pregiudizi propri della società occidentale.

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