S.Rosa 2015: la storia della condanna a sei anni di uno “spostato”. Mai provato un suo legame col terrorismo

La vicenda che si è conclusa oggi si è avvalsa anche della visita e della dichiarazione-perizia dello psichiatra di Terni Alessandro Giuliani, nominato dal Tribunale nell’udienza del 22 febbraio scorso su richiesta della difesa dell’attentatore

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santa rosa 2015

Denis Illarionov, il 25enne italo-lettone in carcere con l’accusa di strage per l’attentato compiuto lanciando un razzo contro la Macchina di S. Rosa, la sera del 3 settembre 2015, è stato condannato stamattina dalla Corte d’Assise di Viterbo a sei anni di carcere. Il Pubblico ministero ne aveva chiesti undici, ma il Tribunale ha ritenuto di derubricare l’accusa di tentata strage e lo ha condannato solo per detenzione di esplosivi. La vicenda che si è conclusa oggi si è avvalsa anche della visita e della dichiarazione-perizia dello psichiatra di Terni Alessandro Giuliani, nominato dal Tribunale nell’udienza del 22 febbraio scorso su richiesta della difesa dell’attentatore. Lo psichiatra lo ha dichiarato Illarionov capace di intendere e di volere. Secondo il medico umbro, il ragazzo quando lanciò il razzo contro la macchina di Santa Rosa, voleva farsi notare; voleva che qualcuno si accorgesse di lui, avendo trascorso una vita in solitudine e ai margini della società.

Ricordiamo come quella sera del 3 settembre 2015, durante il tragitto della macchina di Santa Rosa, Denis Illarionov lanciò un fumogeno che, per fortuna o per suo errore, non si incendiò in aria. Un vigile del fuoco neutralizzò subito l’ordigno. Da lì, l’apertura delle indagini. Le manette per il 25enne scattarono nel marzo di un anno fa per altri reati. Poi, la mattina del 29 luglio 2018, le nuove accuse di attentato alla pubblica sicurezza e strage. Lo fece sapere la Procura, che convocò una conferenza stampa al secondo piano del Palazzo del Tribunale. Il fascicolo che lo riguarda è stato portato avanti dal procuratore capo Paolo Auriemma e dalla pm Chiara Capezzuto. I quali, il 30 luglio, ricostruirono le fasi dell’indagine sul Illarionov, che però – rimarcarono polizia e magistrati – “non è un terrorista, o per lo meno non ci sono gli elementi per poterlo considerare tale”. Le indagini operative sono state condotte dalla dirigente Monia Morelli della Digos, che, in base ad una segnalazione dell’antiterrorismo di Roma su imbeccata dell’Fbi, nel marzo dello scorso anno lo individua, lo pedina e poi perquisisce il suo appartamento di Bagnaia. Qui, i poliziotti ritrovano cinque chili di nitrato di potassio e degli ordigni artigianali, tra cui un candelotto chiuso da cento monetine.

Gli inquirenti trovarono anche dei messaggi sui fatti di Santa Rosa di quattro anni prima. Materiale che evidenziò anche il profilo anticlericale dell’arrestato, che comunque non risultò essere musulmano. Analizzando i suoi dati di Facebook e altri social network, la Digos trovò anche delle lodi ai terroristi che avevano compiuto attentati a New York, “ma non risultò alcun contatto diretto”. Sulla sua appartenenza o meno ad una cellula terroristica, il questore uscente Lorenzo Suraci tagliò la testa al toro: “Non è un terrorista”. Questa mattina la sentenza: sei anni di carcere per detenzione di materiale esplosivo, essendo stata derubricata l’accusa di tentata strage.

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