S. Rosa: incanto e stupore dei turisti davanti alla Macchina, tesoro della nostra appartenenza!

Già...cos'è la Macchina di Santa Rosa per i viterbesi? Come spiegare ai turisti cosa rappresenta per noi?

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Ore 13: a San Sisto stanno montando la Macchina di Santa Rosa. Due turisti, moglie e marito, entrano al bar. Domandano:” Cos’è quella che stanno montando?”. Un attimo di silenzio. È troppo difficile la risposta da dare. Il barista risponde gentilmente:” È la Macchina di Santa Rosa, un “campanile” di 30 metri che sarà portato spalla da 100 uomini, detti Facchini, la sera del 3 settembre”.

I turisti sono sempre più curiosi, osservano i modellini delle varie Macchine, esprimono la volontà di tornare per vederla. Già…cos’è la Macchina di Santa Rosa per i viterbesi? Come spiegare ai turisti cosa rappresenta per noi?

Essa è tradizione, è storia, è poesia. La Macchina è espressione di fede e speranza. In essa ci sono tutte le nostre preghiere, i desideri, la bontà, i dubbi che solo a Santa Rosa abbiamo il coraggio di confidare. E Lei da lassù ci guarda e risponde. Sì. Risponde. La Macchina parla al cuore dei viterbesi. Nella fatica, nelle lacrime di gioia, nella storia, Viterbo e i viterbesi ritrovano la loro vera e profonda umanità, l’identità, l’unione.

Come tanti riti storici cristiani la Macchina di S. Rosa, alle origini, consisteva probabilmente in una processione; ossia un percorso a piedi: “…se hace camino al andar (il cammino si fa andando)” recita un verso del poeta Antonio Machado del 1912. Camminare insieme non per andare in un luogo determinato ma soltanto per essere in cammino e, mentre cammini, mediti, preghi e approdi in quell’altrove che abita già in te ma dal quale, paradossalmente, ti separano anni-luce di miseri interessi e intralci quotidiani. La processione come sintesi perfetta fra esperienza intima e personale e interazione con la comunità che insieme a te compie il medesimo cammino.

Col tempo la “Macchina” è cambiata; è diventata un monumento ambulante proiettato verso l’alto come una guglia gotica ed è così che, ad andare in processione, non sono più i fedeli ma la Santa.
Da un certo punto di vista anche la Macchina stessa è la sintesi di due apparenti contraddizioni: alta e leggera come un canto poetico ma compatta e poderosa come una stalagmite.

assemblaggio gloria
Gloria arriva a Piazza San Sisto per essere assemblata

Questo rovesciamento richiede però un cambiamento altrettanto radicale nell’atteggiamento dei fedeli i quali dovrebbero essere capaci di compiere quel medesimo cammino interiore, uniti ai Facchini, che nei secoli passati si faceva procedendo uniti a piedi e che oggi dovrebbe essere di ricerca introspettiva; autonoma e collettiva nello stesso tempo

Come vivere l’esperienza di S. Rosa da Viterbo? Guardare all’itinerario della Macchina come rappresentazione di continuità dell’antico cammino, personale e collettivo, di fede; un’unione di anime e forze, perchè solo insieme, aiutandoci l’uno con l’altro, si può trasportare un “campanile” di 30 metri e di tante tonnellate e si può procedere nel tortuoso cammino della vita.

L’insegnamento della Macchina sembra in effetti potersi ricondurre a questo principio: la fede non è uno status ma un cammino. Meglio se insieme, “tutte de ‘n sentimento!”.

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