Santa Rosa, artefice segreta del periodo papale di Viterbo

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sagginiIl Patriarca di Gerusalemme, eletto papa a Viterbo, era figlio di un umile ciabattino di Troyes, e aveva iniziato la sua carriera ecclesiastica partendo da chierico. Grazie ai suoi talenti naturali, aveva salito tutta la scala gerarchica, fino a diventare Vescovo. Era francese e questa elezione darà al papato una svolta significativa, che dopo poche decine di anni, sfocerà nella cattività Avignonese.

Egli fu il primo Papa eletto a Viterbo e fu consacrato nella Chiesa di Santa Maria in Gradi il 4 settembre 1261, con il nome di Urbano IV.  L’evento di consacrazione in questa, per i viterbesi fatidica data, è emblematico perché il fatto accade in coincidenza con il terzo anniversario della solenne traslazione della verginella viterbese in odore di santità, dalla chiesa di Santa Maria in Poggio al Monastero di San Damiano. Proprio il 4 settembre, quel preciso giorno che nel calendario, diversi secoli dopo, sarà dedicato a S. Rosa. Proprio in virtù di questo si intravede l’intercessione di S. Rosa, per il periodo in cui i papi si trasferirono a Viterbo. Nessuno ne ha mai parlato.

Nessuno prima di me ha evidenziato, questa importante per molti versi misteriosa, coincidenza. A mio modesto parere, la nostra protettrice S. Rosa, non è estranea al trasferimento dei papi a Viterbo. Se analizziamo bene i fatti storici, vediamo come S. Rosa muore in odore di santità nel mese di marzo del 1251. Nel 1257, dopo solo sei anni gli eventi costringono Alessandro IV a abbandonare Roma per rifugiarsi a Viterbo. Appena il Papa si trova a Viterbo, la nostra protettrice gli appare in sogno e chiede che il suo corpo sia trasportato all’interno del Convento di S. Damiano. Così tramite la traslazione del suo corpo, la nostra S. Rosa riesce a trasformare in realtà, una sua predizione fatta alla badessa del Convento di S. Damiano, quando le rifiutò l’ingresso in convento: “Non mi volete da viva. Mi accoglierete da morta.” A guardare bene la sequenza dei fatti, è indubitabile che tutto sembri guidato da una “mano santa”, che mette in ordine gli avvenimenti per la gloria di S. Rosa e della sua città Viterbo.

Durante il suo papato Urbano IV inizierà la costruzione della Rocca di Montefiascone e procederà alla riconquista di alcuni beni della Chiesa, vicino a Viterbo, che erano stati usurpati. Tra questi il Castello di Marta, quello di Valentano, l’isola Martana e quella Bisentina, sul lago di Bolsena. Morirà a Perugia il 2 ottobre del 1264. Urbano IV che regnò tre anni e trentatré giorni, passerà alla storia come un Papa scaltro e risoluto, che aveva legato le sorti della Chiesa, al braccio armato della Francia, destituendo la potenza alemanna. Era deciso a trovare tra i suoi connazionali, chi potesse difendere e proteggere la Chiesa, e lo trovò nella persona di Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, che ricevette in cambio il regno di Sicilia. A proposito di Carlo d’Angiò, è da segnalare un episodio “tra moglie e marito”, che può aiutare a capire meglio la storia di quei tempi, e del sesso che ancora oggi qualcuno, si ostina ad appellare “debole”. Cominciamo da Raimondo Berlingeri conte di Provenza, che aveva quattro figlie, tre delle quali regine. Infatti, Margherita era andata in sposa a Luigi IX Re di Francia, Eleonora era sposata con Enrico III Re di Inghilterra, Sancia era moglie di Riccardo di Cornovaglia Re di Germania. La quarta figlia Beatrice non era regina, ma era sposata con Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia. Beatrice era molto ambiziosa, e mal sopportava questa condizione d’inferiorità con le sorelle, ma sperava sempre che un giorno o l’altro, anche il marito Carlo sarebbe riuscito a ricevere una corona.

Una sera, alla cerimonia di un gran ballo a corte, cadde la famosa goccia che fece traboccare il vaso. Infatti, nel salone dove si sarebbero svolte le danze, il cerimoniale preparò tre poltrone identiche per le tre regine, e una poltroncina più piccola e più bassa per Beatrice. Quando la donna si avvide della differenza, abbandonò la festa accusando un forte mal di testa, e obbligò il marito Carlo d’Angiò ad accompagnarla subito a casa. Appena arrivati a casa, la donna fece una tremenda scenata al marito, perché non era ancora stato capace di diventare Re, e dettò un ultimatum: “Io non verrò più nel tuo letto finché tu non diventerai re”. Poi le cronache dell’epoca ci informano che fu Papa Urbano IV a salvare la pace tra i coniugi. Infatti, con la decisione di affidare a  Carlo d’Angiò, il comando del braccio armato della Chiesa, lo nominò in cambio Re di Sicilia.

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