Santa Rosa e la sua magica attesa, lo sguardo incantato di un ex turista che ha scelto Viterbo

A me, che quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna avevo appena fatto la maturità, guardando i ponteggi di porta Romana, viene in mente l’immagine della gigantesca ragnatela di impalcature d’acciaio che armava e sosteneva il missile sulla rampa di lancio

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Tra le molteplici componenti del fascino della Macchina di Santa Rosa c’è l’attesa. Un’attesa piena di meraviglia e di stupore come quella magistralmente raccontata da Federico Fellini in “Amarcord”, quando i ragazzi insieme a tutti gli altri sono sul mare in attesa del passaggio del transatlantico Rex.

Chi passa fuori da porta Romana vede un intrigo di ponteggi e di tiranti che sopravanzano di molto la sommità delle mura. Un forestiero che non sappia nulla di Santa Rosa e del suo trasporto non può certo immaginare che quel complicato involucro di metallo sia destinato a proteggere una cosa unica e sorprendente come una torre semovente, illuminata da mille candele, portata a spalla nella notte dalla devozione antica di un’intera città, finalmente unificata e intimamente solidale.

A me, che quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna avevo appena fatto la maturità, guardando i ponteggi di porta Romana, viene in mente l’immagine della gigantesca ragnatela di impalcature d’acciaio che armava e sosteneva il missile sulla rampa di lancio. Il momento più spettacolare delle missioni spaziali era proprio il lancio, quando un oggetto enorme e pesantissimo come il missile che portava la navicella iniziava con lentezza esasperante a sollevarsi dal suolo, immerso in una vampa di fuoco, mentre intorno a lui, incrollabile, eroicamente resisteva l’altissima impalcatura di sostegno. Sono fotogrammi indimenticabili per chi è della mia generazione.

I ponteggi della Macchina di Santa Rosa mi richiamano quelle immagini, ma soprattutto segnano il tempo dell’attesa, con la loro lenta costruzione, che parte dal transennamento dell’area intorno alla chiesa di San Sisto e via via procede con un continuo lavorio che ogni giorno aggiunge qualcosa e ogni giorno avvicina l’evento in un crescendo di suspense.

Io non sono viterbese e, anche se sono rimasto folgorato sulla via di Damasco dalla bellezza di questa città, parlo con molte esitazioni di tutto ciò che riguarda la tradizione di Santa Rosa, temendo di dire qualcosa di sbagliato.

facchini santa rosaPerò il clima dell’attesa che cresce è palpabile per chiunque, anche per un viterbese d’elezione come me. La vedi la gente che, senza troppo parere, occhieggia verso l’alto, quasi a controllare che tutto proceda bene e che tutto sia fatto a regola d’arte. Preghiamo che non arrivino nubifragi e tempeste di vento che possano mettere in pericolo la struttura che dovrà custodire la Macchina. Come se tutti fossimo direttori di cantiere, tutti carpentieri e montatori. In qualche modo la costruzione dell’impalcatura è frutto di un lavoro corale, come fosse una cattedrale gotica, di cui l’intera comunità è partecipe.

Poi, la sera del trasporto, la grande costruzione di sostegno che ha impiegato un mese per essere lentamente innalzata, all’improvviso perde significato, semplicemente non esiste più, ha assolto al suo compito – come la rampa di lancio di un missile – e senza protestare si mette da parte per far emergere in tutto il suo splendore il protagonista assoluto dell’evento: la macchina di Santa Rosa, circondata dai facchini, che dovranno condurla, illuminata e ondeggiante, per le vie della città, fino al Santuario della Santa.

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