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Mentre il presidente americano Donald Trump vara un maxipiano per le infrastrutture da 2mila miliardi, un progetto keynesiano per mettere carburante al motore degli USA, in Italia il governo gialloverde dopo la sventagliata di misure assistenziali, dal regime pensionistico a quota 100 al reddito di cittadinanza, ha approvato un un decreto Sblocca Cantieri che non scioglie il nodo principale della lentezza delle autorizzazioni. Il provvedimento non contiene nessuna norma sulle procedure che precedono le fare e che prevedono tempi medi di ben otto anni.

Sempre facendo un confronto con la politica di Washington, il piano infrastrutture di Trump si innesta in una situazione già florida del Paese con la disoccupazione scesa ai livelli di cinquant’anni fa. Nel nostro Paese lo Sblocca Cantieri avrebbe dovuto dare una sferzata alle grandi opere ferme da anni, ma rischia di essere l’ennesima occasione mancata. Senza quindi nessun impatto per il mercato del lavoro e l’efficientamento del sistema logistico italiano.

Il decreto, oltre a non semplificare la burocrazia sulle autorizzazioni, avrà bisogno di almeno sei mesi e tredici provvedimenti per diventare operativo. Il passaggio dal vecchio al nuovo sistema rischia di creare una situazione di caos con relativa paralisi. Anche la nomina dei commissari straordinari arriverà solo dopo la conversione in legge del decreto e quando dentro al giverno si sarà trovato l’accordo sulla lista delle opere pubbliche da affrontare con priorità.

L’Ance, l’associazione delle imprese di costruzione, si attende che questi nodi vengano sciolti durante l’iter parlamentare che inizia questa settimana in Senato. Il testo una volta confezionato con le modifiche passerebbe alla Camera in forma blindata, per l’approvazione veloce, magari con la formula della fiducia.

Ma l’iter non finisce qui. Il governo avrà 180 giorni di tempo per scrivere le regole attuative. Il regolamento va approvato in Consiglio dei ministri sentito il parere del Consiglio di Stato delle delle commissioni parlamentari competenti.

Nel Lazio sono numerose le opere in lista d’attesa. A cominciare dalla Roma-Velletri, una tratta di 42 km, molto vecchia e che oltre al binario unico, presenta altre criticità come 13 passaggi a livello e la possibilità d’incrocio dei convogli in sole tre stazioni su otto. C’èla Roma-Albano, lunga 29 km, che presenta una velocità media ancora più bassa: 39 km/h. Al palo il raddoppio dei binari delle linee FL4 Castelli Romani. Il sistema è composto da 3 linee che da Ciampino si diramano e collegano la Capitale con Frascati, Velletri ed Albano Laziale.

L’infrastruttura è obsoleta e da Ciampino diventa ad unico binario per tutte e tre le linee. Nel caso della Roma-Frascati si tratta di una linea di 24 km di lunghezza e una velocità media di soli 48 km/h. Da anni si propone di realizzare una fermata tra Frascati e Ciampino, Villa Senni, dove poter fare un incrocio e potenzialmente raddoppiare il numero dei treni. Il progetto della metropolitana Roma-Lido, è fermo da 15 anni.

Si tratterebbe inizialmente di potenziare l’offerta della linea, che poi, in una successiva fase, si aggancerebbe alla attuale metro B per infine inglobare la tratta B1. Per la linea Roma-Giardinetti si propone il prolungamento fino a Roma Termini (solo 500 metri di binari), ed un costo previsto di 4,8 milioni di euro mentre in una seconda fase si dovrebbe prolungare la linea verso l’Università di Tor Vergata ed il Policlinico. Fermo da ben 18 anni il progetto dell’autostrada Roma-Latina. Nel 2011 la strada passò dalla competenza dell’Anas alla Regione Lazio e venne lanciata una gara di project financing da 2,8 miliard. Ma per una serie di ricorsi tra Tar e al Consiglio di Stato, tutto fu bloccato. Intanto la linea di percorrenza, abbandonata nell’incuria, versa in pessime condizioni con rischio per la sicurezza e con conseguenze negative per l’economia del territorio.

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