SIGERICO DI CANTERBURY : UN IMPORTANTE PERSONAGGIO STORICO CHE I VITERBESI DOVREBBERO CONOSCERE BENE

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Cosa lega “Sigeric the Serious” (Sigerico il Serio), l’importante arcivescovo nel X secolo primate d’Inghilterra alla città di Viterbo?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare un salto indietro nel tempo di oltre mille anni e scivolare in pieno Medioevo, l’età in cui Viterbo è uno dei maggiori centri d’Europa, di rilievo tale da attirare papi e imperatori.
Le ragioni per cui Viterbo medievale raggiunge siffatto status d’eccellenza sono molteplici; tra queste le capacità dei governanti di allora, le potenti mura difensive e la prossimità con la “Via Francigena”, l’incredibile infrastruttura viaria cui nel 1994 l’istituzione europea ha conferito lo speciale riconoscimento di “Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa”.

Dopo il collasso dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) le grandi strade consolari sulle quali la civiltà romana aveva raggiunto quasi ogni territorio dell’occidente entrano in un periodo di progressivo declino e abbandono e le relazioni fra le diverse regioni d’Europa si interrompono o si riducono molto; tuttavia, con la ripresa e l’affermazione delle nuove grandi istituzioni globali, la Chiesa di Roma, l’impero carolingio prima e il Sacro Romano Impero più tardi, la dorsale nord-sud torna a nuova importanza e vitalità.
In questa fase di rinascita la Via Francigena può essere qualificata come “infrastruttura emergente”, che non consegue, come era per le consolari romane, ad un preciso progetto di collegamento strategico ma nasce e si sviluppa per effetto del rifiorire dei traffici locali che progressivamente e spontaneamente si integrano e si interconnettono a seconda delle necessità, innescando una fitta rete di sentieri, mercati, locande, chiese e stazioni dove far riposare e rifocillare gli uomini e gli animali.
In alcuni casi vengono ripristinati tratti di antiche strade risalenti a Giulio Cesare e ai celti.
Tuttavia, dietro al movimento di commercianti, contadini e persino briganti proliferante intorno ai traffici ed ai mercati locali cominciano a viaggiare anche papi, imperatori, eserciti, alti prelati, funzionari, banchieri e pellegrini e questo farà della Via Francigena un’infrastruttura globale.

In questo rapido divenire i pellegrinaggi religiosi assumono una rilevanza particolare.
I pellegrinaggi religiosi medievali erano principalmente tre, detti per questo “peregrinationes majores”.
Il primo è quello diretto alla tomba dell’apostolo Pietro in Roma; il secondo è “El Camino de Santiago”, con destinazione la città spagnola di Santiago di Compostela, nella regione della Galizia dove, secondo la tradizione cristiana, sono custodite e venerate le spoglie dell’apostolo Giacomo Maggiore. “Compostela” viene dall’unione delle parole latine “campus stellae”, ossia “campo della stella”, il luogo dove, per la tradizione, una grande luce avrebbe illuminato il punto dove erano collocate le spoglie dell’apostolo.
Il terzo itinerario è quello che conduce in Terra Santa, a Gerusalemme, in parte da compiersi via mare.

La Via Francigena è l’infrastruttura geostorica che integra la maggior parte dei flussi di questa variegata mobilità umana concorrendo in modo determinante alla formazione dell’identità europea ed è del tutto naturale che le maggiori istituzioni europee, gli amministratori locali e gli studiosi dedichino a questa fondamentale via di comunicazione un’attenzione speciale.
Un’economia e una civiltà “on the road” da cui trarrà grandi benefici anche Viterbo.

La denominazione di Via Francigena (letteralmente: via generata dalla Francia) gode di diverse accezioni, di ampiezza decrescente; talvolta di diverse denominazioni.
In un’accezione generale viene impiegata per alludere al complesso dei percorsi che da Canterbury, nel sud dell’isola britannica, in un territorio oggi denominato “contea del Kent” (termine derivato dall’antico nome latino “Canthia”), permetteva di raggiungere ed attraversare la Francia. Dalla Francia si poteva intraprendere il percorso per Santiago oppure attraversare la Svizzera, valicare le Alpi in diversi punti ed entrare in Italia.
In Italia si effettuava il “Transitum Padi”, l’attraversamento del Po, detto anche “guado di Sigerico”, nel tratto in cui oggi il fiume segna il confine tra Lombardia ed Emilia. Il guado veniva effettuato mediante grandi zatteroni nella zona dove oggi si trova “Corte di Sant’Andrea”, frazione di Senna Lodigiana, in un punto dove si può ammirare ancora la colonna con il simbolo del pellegrino.
Dalla riva sud del Po si proseguiva in direzione dell’arco appenninico tosco-ligure dove oggi c’è il “passo della Cisa”, sul monte detto un tempo “Bardone” (nome derivato da “Mons Langobardorum”) e sfruttare quello che restava dell’antica consolare Cassia per giungere a Roma.
Si tratta di un itinerario non unitario, più volte modificato, dotato delle opportune diramazioni per Assisi e i porti della Puglia dove i pellegrini potevano imbarcarsi per la Terra Santa.
In questa grande circolazione di uomini, mezzi, merci e idee Viterbo si trova ad essere un importante punto di snodo.

All’interno di questa accezione globale vi sono accezioni nazionali, come “l’Iter Francorum” (via dei franchi o “Via Francisca”) e quella italiana, ristretta alla sola tratta a sud delle alpi ed è per questo che la Francigena viene talvolta ricondotta all’insieme delle vie dette “romee” (ossia dirette a Roma) e persino un’accezione viterbese, relativa al tratto compreso fra Acquapendente a nord e Sutri a sud.

Malgrado tanta importanza le fonti storiche alla base di quanto oggi sappiamo sulla Via Francigena medievale non sono molte ma tre di queste godono di grande considerazione da parte degli storici.
La prima è “L’Itinerarium Sancti Willibaldi” (700-787 o 788), risalente al 725, una testimonianza degli spostamenti di San Willibaldo, un importante missionario di nobili origini inglesi, più tardi vescovo di Eichstätt, in Baviera, che con il padre e il fratello, intorno al 720/721, intraprende un lungo pellegrinaggio che lo porterà a Roma, in Terra Santa e a Costantinopoli. Le cronache riportano che avrà anche un ruolo nella costruzione dell’abbazia di Montecassino.

La seconda fonte è “l’Actum Clusio” (“Atto di Chiusi”), una pergamena dell’876 oggi conservata nell’Abbazia di San Salvatore sul Monte Amiata nella quale per la prima volta compare la denominazione “Via Francigena”.

La terza, molto più ricca e dettagliata, è il cosiddetto “itinerario di Sigerico”, il diario personale scritto di pugno dell’allora titolare delle importanti funzioni di Primate d’Inghilterra e arcivescovo di Canterbury; diario in cui sono puntualmente registrate le 79 tappe del percorso di ritorno di 1600 Km, per lo più a piedi, da Roma a Canterbury (in media 20 Km al giorno).
La data di nascita di Sigerico di Canterbury, noto nel Regno Unito come “Sigeric the Serious” (Sigerico il Serio), non si conosce con precisione e viene attestata intorno al 950; si conosce invece quella della morte: il 28 ottobre 994.
Si sa che riceve la sua prima formazione religiosa nell’Abbazia di Glastonbury, nel sud-ovest dell’isola britannica, un importante complesso monastico risalente al 712.
Nel 980 Sigerico è già una figura di rilievo, come dimostra la sua nomina ad abate dell’Abbazia intitolata a Sant’Agostino di Canterbury, ancora oggi “sede primaziale” al cui arcivescovo è riconosciuto il titolo di “primate” della Chiesa d’Inghilterra.
Dopo lo scisma del XVI secolo l’arcivescovo di Canterbury è primate della Chiesa Anglicana.
Cinque anni più tardi Sigerico riceve la porpora vescovile dall’allora arcivescovo di Canterbury, Dustan (in italiano “Dustano di Canterbury”).
Nel 990 viene eletto lui stesso arcivescovo di Canterbury e come tale Primate d’Inghilterra.
Come era allora in uso Sigerico si reca in pellegrinaggio a San Pietro in Roma per ricevere dalle mani del papa, Giovanni XV, il “pallio”, un paramento liturgico di lana bianca dall’importante significato simbolico in quanto rappresentativo dell’agnello e dell’attività pastorale.
Nel suo celebre diario compaiono, fra le 79, la IV tappa presso “Suteria” (Sutri); la V, in “Furcari” (Forcassi, ossia Vetralla); la VI in “Sancte Valentine”, la chiesa di Viterbo dedicata a San Valentino; la VII, “Sancte Flaviane” (san Flaviano di Montefiascone); l’VIII, “Sancta Cristina” (Bolsena) e la IX, Acquapendente.
Come si deduce direttamente dalle annotazioni di Sigerico, diverse stazioni della via Francigena sono contrassegnate da chiese dedicate a santi e questo è coerente con la vocazione di strada di pellegrinaggio lungo la quale i fedeli potevano trovare ristoro fisico e anche spirituale.
Nella nota relativa alla VI tappa, quella di Viterbo, si rileva un importante riscontro storiografico: il riferimento a “Sancte Valentine”, l’importante martire ancora oggi molto venerato, insieme a Sant’Ilario, nel capoluogo della Tuscia. Secondo alcune ricostruzioni Valentino era un prete e Ilario un diacono, entrambi vittime delle persecuzioni anticristiane del IV secolo ordinate dall’imperatore Diocleziano.
Il riscontro è coerente con la presenza dell’antica edicola, dedicata ai due martiri, in prossimità del ponte romano detto “Camillario”, molto vicina alla consolare Cassia.

Probabilmente Sigerico non pensava di passare alla storia ma quando, nel suo storico rientro da Roma, decide di tenere un diario, da quel momento diviene importante testimone del tempo legando indissolubilmente il proprio nome alla Via Francigena e diventando icona rappresentativa del carattere transnazionale e interculturale della più grande arteria continentale.

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