Analizziamo con l'esperto Gianluca Boccacci problemi e rimedi adottati dalle imprese per rispondere all'emergenza sanitaria

Smart Working, le aziende italiane “rincorrono” la digital transformation

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Casa diventa il nuovo ufficio grazie a smart working e telelavoro (Foto Carlo Tassi)

Mentre continua a dilagare la pandemia data dal nuovo coronavirus COVID19, l’Italia prova a rispondere ai problemi dati dal lockdown passando allo smart working, il cosiddetto “lavoro agile”.

La domanda che affligge il Bel Paese è tuttavia una: le aziende e gli italiani sono pronte per questo forzato passaggio al digitale?

La risposta, stando ad alcuni sondaggi (come quello di InfoJobs), sembra apparentemente positiva. I dati mostrano come il 72% delle aziende avrebbe messo a disposizione dei propri lavoratori la possibilità di lavorare da remoto in tempi molto brevi.

Va da sé che non tutti i lavoratori italiani svolgono operazioni compatibili con lo smart working: la percentuale di coloro che sono attualmente impegnati con il lavoro agile è infatti di appena il 15%. Tutti gli altri sono a casa in cassa integrazione (circa il 50%), in ferie o congedo, o si recano ancora regolarmente a lavoro.

La percentuale, seppur bassissima, è tuttavia portatrice di moltissime problematiche. Quasi tutti gli “smart worker” ammettono di essere per la prima volta impegnati con questa nuova tipologia di lavoro (basti pensare agli insegnanti, per esempio). A questo si aggiungono la scarsa preparazione informatico/digitale, l’annoso problema delle connessioni italiane, il frequente utilizzo di server non abbastanza performanti e l’antica concezione del “chi lavora da casa, in realtà non lavora” di ancora troppi imprenditori.

L’analisi di tali debolezze, ciononostante, potrebbe condurre l’Italia a compiere quel passaggio al digitale che da troppo tempo si fa attendere e che quasi tutti gli altri Stati d’Europa hanno già affrontato.

Gianluca Boccacci, esperto di Cyber Sicurezza ed Ethical Hacker

Per renderci meglio conto dell’attuale situazione e per provare a capire quali siano le maggiori problematiche legate allo smart working, abbiamo interpellato l’esperto di Cyber Security Gianluca Boccacci.

Partiamo con una precisazione: molti confondono lo smart working con il lavoro da remoto… qual è la differenza?

In effetti, questo è un misunderstanding molto comune, un retaggio che da molto tempo continua a creare confusione in Italia. La differenza sostanziale, che contraddistingue lo smart working, è che potenzialmente può essere svolto ovunque, non solo da casa. Quest’ultima è invece una prerogativa del lavoro da remoto, o telelavoro. Il cosiddetto “lavoro agile”, è inoltre caratterizzato dal raggiungimento di obiettivi o compiti e lascia il dipendente più o meno libero dal punto di vista della gestione del tempo.

In questo momento, sarebbe più opportuno parlare di telelavoro. La maggior parte degli italiani che stanno lavorando da casa, infatti, ricade principalmente in questa categoria e sta seguendo degli orari lavorativi che più o meno rispecchiano quelli da loro osservati prima dell’emergenza… diciamo che timbrano una sorta di “cartellino virtuale”.

Quello che è sicuro, è che la “trasformazione forzata” che stiamo vivendo, forse consentirà a molte aziende di rivalutare questo approccio da remoto, finora sottovalutato.

Questa nuova concezione di lavoro “a obiettivi” potrebbe influire positivamente sulla responsabilità personale di ognuno?

Ovviamente, anche lo smart working ha i suoi punti deboli. Uno di questi è dato proprio dalla responsabilizzazione del lavoratore perché è portato ad avere una visione manageriale dell’azienda in cui vive. Non è più un semplice pedone, ma un importante ingranaggio. Da qui nasce il bisogno delle imprese di acquisire figure come quella del Project Manager, che ha il compito di scandire gli obiettivi e lo sforzo necessario (non più il tempo) per raggiungere determinati traguardi.

La presenza del PM aiuta il dipendente a responsabilizzarsi e a evitare il più possibile gli effetti del burnout (lo stress dovuto a un eccesso di lavoro e alla mancanza di indicazioni precise), perché una delle più comuni controindicazioni di uno smart working mal gestito è “sapere quando inizi e non sapere quando finisci”.

Le aziende e gli italiani sono pronti? Come si sta vivendo questo “passaggio forzato” al digitale?

Partiamo da un presupposto: siamo in ritardo. Forse nessuno, all’inizio della pandemia, credeva fino in fondo all’arrivo del lockdown. Di sicuro, sono partite avvantaggiate le startup, poiché molte di loro già da prima erano solite avvalersi dello smart working, anche per abbattere i costi “materiali” dell’impresa, come la necessità di avere una sede fisica, e per mettere in connessione persone distanti tra loro. La maggior parte delle altre imprese, invece, hanno dovuto sopperire a una necessità improvvisa che non avevano mai preso in considerazione, adottando soluzioni prese anche su due piedi, come aprire delle “porte” per accedere da remoto all’azienda e avvalersi di desktop virtuali. Va da sé che questo repentino cambiamento ha creato terreno fertile per molti malintenzionati, pronti a sfruttare i possibili errori commessi in merito alla cybersecurity aziendale, per non parlare dei problemi che ha causato a tutti coloro che non possiedono una connessione adeguata per svolgere i propri compiti.

In ogni caso, questo cambiamento sarà un importante spartiacque tra passato e futuro. Molte aziende hanno capito, o stanno capendo, che i loro dipendenti possono lavorare da remoto ma allo stesso tempo produrre di più, alleggerendo lo stress e ottimizzando i tempi.

Sono sempre di più le aziende che puntano sul telelavoro

Quali sono, quindi, le soluzioni che le aziende possono adottare per rispondere alle nuove esigenze date dallo smart working?

Ne esistono di varie, ma tra le più note vi sono sicuramente le VPN (Virtual Private Network, ndr). Queste sono abbastanza sicure perché consentono di comunicare con la nostra azienda mediante un “tunnel” criptato e quindi protetto da possibili intrusioni esterne. In soldoni, le VPN ci permettono di collegarci ai server dell’azienda come se fossimo fisicamente lì, connessi in rete e seduti alla nostra scrivania. Il problema principale, tuttavia, è dato dal fatto che sono poche le imprese in grado di fornire dei notebook “aziendali”, preconfigurati per tali connessioni. Il risultato è quindi che la maggior parte dei dipendenti si ritrova a utilizzare i propri device personali, esponendo i server dell’azienda a potenziali pericoli derivanti dall’utilizzo – spesso non corretto – che le persone ne fanno (download di programmi non certificati, accesso a siti non sicuri, e altro).

Una soluzione migliore potrebbe essere quella fornita dalla tecnologia Cloud. Questa ci permette di lavorare in un ambiente virtualizzato e accedere, da remoto, al computer del nostro ufficio, già configurato e in linea con le policies di sicurezza dell’azienda.

In ogni caso, dovremo fare come sempre attenzione a osservare le più comuni norme di sicurezza, come evitare di cadere in tentativi di phishing e tenere l’antivirus sempre aggiornato. Da parte sua, invece, l’azienda dovrà fare attenzione a concedere i giusti privilegi ai dipendenti, limitando, così, l’accesso a quello che compete con il loro ruolo.

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