Società dei consumi, siamo vittime o privilegiati?

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Lo spunto per riflettere sulla società dei consumi nasce con Luca Ricolfi ed il suo testo “La società signorile di massa”.

Lo scrittore, con il suo sguardo attento, dona l’immagine perfetta di una società che il lettore, pagina dopo pagina, non faticherà di certo a riconoscere.

É la sua, quella in cui lui stesso vive, quella in cui noi tutti viviamo. Un quadro lucido e autentico di ciò che siamo, il rispecchiamento di ciò che abbiamo intorno, di come siamo abituati a vivere e soprattutto, di come vogliamo vivere.

Ma noi chi?

Noi tutti, italiani viventi in Italia.

Ricolfi descrive la penisola con estrema naturalezza, con decisa e puntuale attenzione, in un risvolto che, senza una presa di coscienza da parte dei cittadini, ma anche dei “poteri forti”, sarà dichiaratamente tragico.

Le sue parole oggi, sono più attuali che mai. L’Italia, al momento, pare essere un caso tipicamente unico. Solo qui convivono infatti tre condizioni.

Il numero delle persone che non lavorano, accedendo al surplus, è senza dubbio maggiore di quello di coloro che producono lo stesso surplus: c’è perciò, una maggioranza di inoccupati, molti dei quali scelgono di non lavorare, e una minoranza di lavoratori.

L’economia poi, è ferma, è in stagnazione. Tutto il resto invece, è in costante mutamento, o, per meglio dire, in continua innovazione.

Ultima condizione? L’accesso ai consumi opulenti non è più riservato a una cerchia ristretta di privilegiati, è divenuta di massa, è un bene a cui la stragrande maggioranza della popolazione può accedere.

E se le sue considerazioni trovano fondamento sempre, oggi, in una pandemia globale, il suo discorso si rinnova con forza.

Un’analisi di questo tipo non può che aiutarci a trovare spiegazione ai comportamenti dell’oggi. Ci aiuta a comprendere le difficoltà  nel sacrificare uno stile di vita che ormai è una norma consolidata; nel rinunciare, anche nel bel mezzo di una situazione palesemente emergenziale, ad un aperitivo, ad una cena in un ristorante in, ad un calice di vino immortalato in una foto, ad un viaggio, una vacanza, un party.

Siamo chiusi in casa.

Di fronte ai nostri occhi c’è una situazione terrificante che ha messo in luce con aggressivo fervore, tutta la fragilità umana.

Avrebbe dovuto mettere al tappeto ogni frivolezza e vanità, avrebbe dovuto rendere gli uomini capaci di riconsiderare la scala delle loro priorità,  dar valore all’autenticità dei rapporti.

La sua analisi è chiara.

Siamo abituati a vivere al di sopra delle singole possibilità, e non sappiamo rinunciarvi. Conduciamo una vita fatta di vizi, lussi e godimenti che uno stipendio medio non consentirebbe, ma non ce ne rendiamo conto, o forse non vogliamo farlo.

E se un marziano sbarcasse in Italia?

Ricolfi se lo immagina, si immedesima in lui. Entra nella sua mente: sarebbe in completa confusione.

Ascoltando la tv, leggendo i giornali, partecipando a discussioni, le tematiche con le quali si confronterebbe sarebbero sempre quelle.

Ogni giorno sentiamo parlare di pensioni che garantiscono un minimo livello di sussistenza, ovunque si ascolta di giovani malpagati e sfruttati, di studi e sacrifici che diventano vani di fronte ad offerte lavorative non all’altezza; di crisi economica di enorme portata, di frenetiche giornate lavorative per un salario nettamente non concorrenziale con le valanghe di tasse, tra imu, tari e acqua.

Quotidianamente sui giornali, nei siti internet e in televisione, si parla di crisi, di disoccupazione, di precariato e di difficoltà nel fronteggiare spese e costi esorbitanti.

È tutto vero, eppure c’è un’altra faccia della medaglia.

Il nostro marziano infatti, decide di spegnere la tv e fare una passeggiata in centro.

Cosa vede?

Davanti ai suoi occhi piazze gremite di gente con il loro calice in mano, ecco aperitivi e apericena, ecco macchine super accessoriate, case al mare, in montagna e perché no? Al lago. Ecco apparire l’ultimo modello della playstation che termina ancor prima di arrivare in commercio.

Di fronte a lui una spensieratezza talvolta “vuota”, registrata con selfie di smartphone super costosi. Un enorme tempo a disposizione che ha bisogno di essere riempito. Giovani che non accettano lavori perché non li ritengono all’altezza delle loro competenze, e che, tolti i casi limite, non tengono in considerazione che gli standard scolastici e quelli lavorativi viaggiano spesso su lunghezze d’onda differenti.

Il marziano impazzirebbe.

Allora, a chi credere?

Come è possibile tutto questo?

La verità è che siamo abituati a vivere al di sopra delle nostre possibilità.

Che è mutata la scala dei valori, che pensiamo non sia più possibile rinunciare a nulla, che vogliamo vivere il presente, forti di una viziata logica del carpe diem.

È probabile che la mentalità sia profondamente mutata, in ogni fascia d’età, indipendentemente dalla generazione.

Si vive nell’oggi, nel godimento dell’attuale momento, con la logica del possesso che ha invaso ogni casa e famiglia, e l’idea del risparmio che ha perso ogni valore.

La verità è che un giovane riconosce nel suo futuro se non una minaccia, una imprevedibilità, come invita a riflettere anche Galimberti.

“Non retroagisce come motivazione”. Si vive “nell’assoluto presente, in presa diretta 24 ore su 24, senza uno sguardo al futuro, perché un simile sguardo produrrebbe angoscia”.

La verità è che un giovane vede all’orizzonte un futuro tutt’altro che roseo, che è realmente sottopagato e non ha garanzie lavorative adeguate, ma talvolta può anche permettersi di non lavorare, di cercare il futuro che merita, di studiare e realizzarsi, cosa non precedentemente così scontata.

Lo fa attingendo ai fondi, in termini di patrimonio, delle generazioni precedenti, vivendo dei loro sacrifici.

Questo giovane allora, è una vittima o un privilegiato?

La verità è che prima di lui, padri e nonni, che oggi vedono i loro sforzi goduti senza alcun sacrificio, hanno vissuto momenti migliori, hanno avuto la fortuna di poter accumulare risparmi.

La domanda è la stessa, sono loro vittime o privilegiati?

L’invito di Ricolfi è proprio quello, è necessaria una presa di consapevolezza, è necessario assumere uno sguardo distaccato, mutare prospettiva.

È fondamentale riflettere sulla realtà, è importante tentare di osservare quello che esiste, quello che è reale.

Spinge a muovere il primo passo verso il cambiamento. Un cambiamento importante ieri e ancor più urgente oggi.

È essenziale, secondo la sua interpretazione del sociale, per scongiurare un tragico finale che sarà inevitabile senza l’accettazione dell’esistente, senza mutamento, nell’immobilismo di una situazione che, per la sua stessa natura, non potrà durare in eterno.

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