Suicidio assistito, il confronto si infiamma. Ora il parlamento dovrà prendere una posizione

Riuscirà questa volta il Parlamento a legiferare? Ma la sentenza ha comunque cambiato lo scenario: di fatto ha creato i presupposti giuridici per sentenze di non punibilità per comportamenti come quelli di Marco Cappato

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OSPEDALE

La recentissima sentenza della Corte Costituzionale in materia di fine vita e suicidio assistito ha riaperto una questione controversa dell’ordinamento giuridico italiano: fra i diritti del singolo individuo può rientrare quello di suicidarsi? Diritto che non consiste semplicemente nella circostanza materiale del procurarsi la morte, ma nel fatto che questa morte sia prevista e disciplinata dalle leggi dello Stato.

Tutti noi abbiamo visto soffrire a lungo e morire amici, parenti, conoscenti, affetti da malattie gravissime e senza speranza.
Aiutare e stare vicino a persone che soffrono, spesso senza possibilità di guarigione, è una grande sofferenza. Le vedi pian piano perdere peso, possibilità di muoversi, non riescono più a mangiare, a parlare e spesso neanche a respirare da sole: devono essere accudite in tutto. Le vedi spegnersi, ridursi quasi a vegetali. È dignitosa quella vita in attesa della morte?
Un’anima miseramente imprigionata in un corpo che perde pian piano le sue funzioni, causando sofferenze indicibili al malato, ma anche a chi gli è vicino.
Qualcuno, che riesce ancora a farsi capire, implora la morte, la fine di un calvario che spesso invece dura interminabili mesi, anni.

All’esterno delle parrocchie di San Leonardo Murialdo e Santa Barbara, il Popolo della Famiglia si è riunito nei giorni scorsi, con il coordinatore provinciale Paolo Baldasarre, per svolgere attività informative nei confronti dei cittadini e sensibilizzarli sul tema del suicidio assistito e sull’eutanasia, al fine di dare un’informazione pubblica corretta.

Da Tarquinia, Sabrina Gentili, madre di due figli affetti fin da piccoli da una rara forma di la, racconta a Repubblica la sua storia e dichiara:”Quando servirà porterò i miei figli a morire anche se li amo”.
Attualmente, per le norme italiane, suicidio e eutanasia sono sempre e comunque reati e la condanna si applica anche a chi istiga o favorisce; in altri stati, come Olanda, Lussemburgo, Belgio e Svizzera (dove è avvenuto il suicidio assistito di dj Fabo), invece la materia è recepita e regolamentata; altri ancora (Francia, Germania e Spagna) hanno ammesso il rifiuto, in determinate condizioni, dei trattamenti sanitari quali la sedazione profonda a scopo palliativo.
L’esperienza e il buon senso, del resto, ci insegnano che non è sano né saggio da parte di una società vivere e sostenere uno scarto troppo marcato tra regole affermate e realtà vissuta.

La Corte Costituzionale, nella sua sentenza, ha stabilito alcune linee che il detentore dei predetti poteri dovrebbe osservare; primo: il Parlamento “dovrà” disciplinare la materia; secondo: il soggetto deve trovarsi in certificate condizioni di grande sofferenza fisica e psicologica; terzo: la patologia in cui versa il soggetto deve essere irreversibile; quarto: il malato deve essere cosciente e informato al momento della decisione. Riuscirà questa volta il Parlamento a legiferare? Ma la sentenza ha comunque cambiato lo scenario: di fatto ha creato i presupposti giuridici per sentenze di non punibilità per comportamenti come quelli di Marco Cappato.

Un tema controverso, che scuote le coscienze

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