Viaggio tra le nostre radici – Terre e Origini

“E di quanti udiva parlare e lodare il valore dell’ingegno e del sapere, o l’eccellenza nelle belle arti, tosto le si accendeva nell’animo il desiderio di conoscerli di persona…”

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Terre e Origini

Comincia così l’incontro tra Teresa Caetani Duchessa di Sermoneta e Henri Beyle [Stendhal] durante un soggiorno romano nel lontano 1833. Ci immaginiamo un dialogo coinvolgente sulla letteratura francese tra un tè e una madeleine, le trine di sua eccellenza che scivolano tra il caminetto, le librerie e il grande plico sul tavolo illuminato dall’alone delle candele rosate al profumo d’incenso: Inquisitiones Processus contra…pro fornicatione…un codice di 253 fogli trattato tra il 1573/74 dall’Auditor Camerae, il ritratto del lato oscuro del cinquecento tra controriforma e chiesa corrotta.

Elena Orsini, al secolo Porzia, figlia di Giovan Francesco Orsini Conte di Pitigliano, cognato di Gian Giacomo dei Medici e cavaliere dell’ordine di San Michele. Il conflitto tra lui e i Farnese comincia per una questione di confini, e come storicamente accadeva, viene risolto con uno “sponsale”, quello tra Gerolama sua sorella e Pierluigi primo Duca di Castro e figlio di Papa Paolo III. Il matrimonio si celebra con tutti i crismi all’interno della Rocca Farnese di Valentano, nel cortile d’amore, oggi restaurata e sede del museo della preistoria, dove rimane il ricordo di questo evento celebrato con l’unione delle due “armi”: il giglio e la rosa, e parte del corredo ceramico ritrovato nei butti durante i lavori di restauro.

Esempio di strumento dotale famiglie nobili del 500
Esempio di strumento dotale famiglie nobili del 500

Gli Orsini, una famiglia violenta e sempre in guerra, questo, forse, il motivo per il quale la bella dodicenne Porzia viene allontanata e accompagnata, contro la sua volontà, dalla zia presso il Monastero della Visitazione, da lei fondato, a prendere i voti col nome di Elena. Troppo giovane, troppo appariscente, troppo ricca, con in dote chili di ori, pietre preziose, sete e broccati, suscita diverse invidie, da qui la decisione del suo trasferimento nel monastero di Castro, amministrato dal cugino cardinale Ranuccio Farnese che avrebbe potuto proteggerla dagli altri, dal suo carattere ribelle e della sua nomina a Badessa.

Nel 1565 Castro è una “Rinovella Cartagine”come dice Annibal Caro nelle sue lettere a Tolomei, fabbriche di lane e sete, fabbriche di ceramiche lavorate con i colori del verde a rilievo e del blu cobalto, la Rocca, le Porte, i Palazzi, il lusso, la lussuria e il buon Sucano, il vino che annaffia le giornate degli architetti e dei personaggi più in voga attraverso le mani sapienti del bottigliere di casa Farnese.

Un complesso urbanistico unico al mondo

Castro nel 500
Castro nel 500

Suor Elena si intrattiene con le venticinque consorelle Cistercensi, mentre il Farnese ospita alla tavola imbandita di cacciagione e adornata di ortensie il più bell’uomo di chiesa, il nuovo Vescovo Francesco Cittadini. Tra le donne corre voce di un imminente restauro del Palazzo del Vescovado che dista solo trecento metri dal Monastero ed ha una passeggiata comune. Fervono i lavori, sul passo comune l’andirivieni del giovane Sangallo, dei cavalieri d’arme di guardia alle Porte, del Trinciante (il responsabile del taglio delle carni), dei Signori Sforza e dei Granduchi di Toscana. Pierluigi, grande Principe, è già morto lontano da questa terra ma tra le nobili famiglie si parla della sua vita lasciva, delle sue donne, delle sue brame di potere e in un castello di Asti, qualche secolo dopo, viene ritrovata una stanza tombale con due sepolcri, un uomo e una donna in abiti cinquecenteschi ricchi e adorni di gioie e un’iscrizione sulla parete – Carlo Maria Matteo Farnese, un figlio naturale? Gli storici non hanno mai preso in considerazione nemmeno l’ipotesi.

Nel 1569 muore Gerolama, chiede di essere sepolta accanto al marito nel sacrario dell’Isola Bisentina, una sposa fedele e una mamma preoccupata per la sorte della figlia Vittoria che dopo tante peripezie va sposa a Guidobaldo Della Rovere Duca di Urbino, diventa Duchessa e trascorre la sua vita tra i fasti della cittadina della Marca Ancotena (Le Marche).

Elena si sente più libera, si svincola da quei pesi che l’hanno oppressa e costretta a vivere una vita che non avrebbe scelto, torna ai suoi antichi modi, riammoderna il monastero, ritorna ai broccati di famiglia e si incontra spesso col bel Vescovo scambiando con lui doni e favori. Nell’inverno del 1572 tra melangoli, amandole, pollastrelle e starne cede alla passione di quell’uomo milanese così affascinante, nel 73 nasce un figlio, la notizia corre velocemente e viene da subito sfruttata per danneggiare gli Orsini, nonostante all’inizio si dia la colpa a un servitore del Vescovo. La notte dopo il parto, una mammana prende in consegna il figlio dello “ stuprum” e insieme a un uomo di fiducia raggiunge in carrozza la cattedrale di Montefiascone, lì avviene il battesimo e viene imposto all’erede un nome importante, Alessandro, le tracce delle storia ci conducono in seguito a Viterbo, in un posto particolare della città dove sicuramente viene dato a balia e lasciato tra le fasce con l’identificativo della famiglia di provenienza, una medaglia, una catenina, un’insegna, un’arma, un anello… nulla toglie che sia diventato un grande della chiesa, tornando a tratti sul suolo natìo, siamo ancora all’ultima parte della ricerca documentale. Nel 1574 si suppone che Elena sia morta, forse avvelenata, il bel Francesco da Lecco torna a Milano e la storia continua tra i possedimenti del Patrimonio di San Pietro, la Toscana, l’Umbria, le Marche, la Romagna, poi la Francia, la Spagna e forse di nuovo il Ducato di Castro qualche anno prima della sua completa distruzione da parte di Innocenzo X e per volontà di Donna Olimpia Maidalchini. Danno e beffa, le campane di Castro sono all’interno della Chiesa di Piazza Navona.

Ѐ solo l’inizio di una storia nella Storia.

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