“Ti faccio fare una brutta fine”, l’orrore nelle lettere dei detenuti di Mammagialla

Le agghiaccianti lettere dei detenuti raccolte in un servizio di Laura Bonasera per Tpi The Post Internazionale.

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mammagialla

“Tu qua muori!”, “Ti faccio fare una brutta fine, merda!”, “Sono stato malmenato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro”.

Voci strozzate dal dolore.

Vengono direttamente dall’Inferno, quello del carcere di Mammagialla, le lettere dei detenuti raccolte in un servizio di Laura Bonasera per Tpi The Post Internazionale.

Dopo il servizio della trasmissione Rai “Popolo Sovrano” sulla casa circondariale di Viterbo, giudicata come “la più dura d’Italia” dagli addetti ai lavori, e – come riferiscono fonti interne – anche dallo stesso direttore, qualche giorno fa la pubblicazione delle lettere.

Decine e decine di testimonianze agghiaccianti, raccolte dalle collaboratrici del Garante dei Detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, e  consegnate alla Procura di Viterbo l’8 giugno 2018: un esposto di trentadue pagine con oggetto: “Asseriti episodi di violenza/urgente/casa circondariale di Viterbo/richiesta incontro”, al seguito del quale è stata aperta un’indagine contro ignoti.

Uno spaccato di drammatica violenza che pone, necessariamente, degli interrogativi inquietanti che necessitano di risposte urgenti da parte delle istituzioni.

Prima che si ripetano episodi di suicidio che, purtroppo, hanno più volte reso tristemente famoso il carcere di Viterbo.

Questi alcuni dei racconti, tra sofferenza e violenza, che i detenuti hanno affidato a fogli scritti con la forza della disperazione.

Sono stato malmenato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro. Avevo soltanto chiesto di andare a scuola per 3 o 4 volte. Mi hanno portato per le scale centrali e hanno cominciato a picchiarmi: calci, schiaffi e pugni. Poi ne sono arrivati altri con il viso coperto. Vedevo solo i loro occhi. Erano in 8/9. Mentre mi menavano dicevano: ‘Noi lavoriamo per lo stato italiano, negro di merda! Perché non ritorni al Paese tuo?’. E io pregavo e continuavo a piangere. Se sei uno straniero sei finito, o muori o esci tutto rotto da qui, a Viterbo. Vi prego, vi scongiuro, aiutatemi. Ho paura di morire. La mia famiglia non sa nulla”.

Usano parole offensive contro di me e la mia famiglia e io sto zitto per forza, perché se dico qualcosa mi menano come fanno sempre”.

L’ispettore mi ha minacciato: “Tu qua muori!”. E infatti alle 7.40 sono entrati 11 agenti di polizia penitenziaria armati di bastoni per la fare la perquisizione e sono stato picchiato, torturato e minacciato di morte”.

Qui hanno quasi 3 squadrette solo per menare i detenuti. Io ne ho prese tante da loro. Da quando sono venuto qui, sono morte delle persone. Non so il motivo, però credetemi, sto dicendo la verità. Aiutatemi, mandatemi via da questo carcere”.

Ho paura che mi fanno morire. Vogliono portarmi in isolamento, ma non sono stato punito: ‘nessuna sanzione’, mi hanno risposto. Moralmente e fisicamente sto a pezzi. Per favore, mi serve il vostro aiuto. Mandatemi via da questo carcere il più presto possibile!”.

Senza motivo ritorno in isolamento. La guardia mi dice: ‘Hai qualche problema?’ Io rispondo: “Che vorresti fa?”. ‘Se ti metto le mani addosso, sei finito, hai il colore della merda, buttati a dormire’, risponde. Io gli dico che voglio parlare con la sorveglianza. La guardia mi risponde: ‘Ti faccio fare una brutta fine, merda!’.

Le violenze contro i detenuti sono continue, ve lo assicuro. Lo faccio presente anche grazie al mio avvocato di fiducia”.

I dottori e gli infermieri sapevano che avevo contusioni perché gli agenti di polizia penitenziaria mi hanno ammazzato di botte tra pizze e schiaffi”.

Mi hanno sottoposto a continue vessazioni, fisiche e mentali, che ho dovuto subire dagli agenti. Mi hanno provocato fino a spingermi in errore per poi aggredirmi con una ferocia inaudita, tanto da riportare traumi al corpo e tumefazioni al viso”.

Sogno ogni sera Hassan Sharaf (il detenuto egiziano di 21 anni che ha tentato il suicidio in una cella di isolamento a 40 giorni dalla libertà, morto all’ospedale Belcolle di Viterbo dopo una settimana di agonia, ndr) e mi sveglio nel panico. Ricordo il mio bambino, ha 13 anni e io trattavo la buon anima di Hassan come mio figlio. Adesso anche un altro detenuto sta in paranoia perché l’assistente ha detto: ‘Ci pensiamo anche a te’. Adesso ho capito che loro vogliono ammazzarmi”.

“Tu qua muori!”, “Ti faccio fare una brutta fine, merda!”, “Sono stato malmenato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro”.

Voci strozzate dal dolore.

Vengono direttamente dall’Inferno, quello del carcere di Mammagialla, le lettere dei detenuti raccolte in un servizio di Laura Bonasera per Tpi The Post Internazionale.

Dopo il servizio della trasmissione Rai “Popolo Sovrano” sulla casa circondariale di Viterbo, giudicata come “la più dura d’Italia” dagli addetti ai lavori, e – come riferiscono fonti interne – anche dallo stesso direttore, qualche giorno fa la pubblicazione delle lettere.

Decine e decine di testimonianze agghiaccianti, raccolte dalle collaboratrici del Garante dei Detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, e  consegnate alla Procura di Viterbo l’8 giugno 2018: un esposto di trentadue pagine con oggetto: “Asseriti episodi di violenza/urgente/casa circondariale di Viterbo/richiesta incontro”, al seguito del quale è stata aperta un’indagine contro ignoti.

Uno spaccato di drammatica violenza che pone, necessariamente, degli interrogativi inquietanti che necessitano di risposte urgenti da parte delle istituzioni.

Prima che si ripetano episodi di suicidio che, purtroppo, hanno più volte reso tristemente famoso il carcere di Viterbo.

Questi alcuni dei racconti, tra sofferenza e violenza, che i detenuti hanno affidato a fogli scritti con la forza della disperazione.

Sono stato malmenato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro. Avevo soltanto chiesto di andare a scuola per 3 o 4 volte. Mi hanno portato per le scale centrali e hanno cominciato a picchiarmi: calci, schiaffi e pugni. Poi ne sono arrivati altri con il viso coperto. Vedevo solo i loro occhi. Erano in 8/9. Mentre mi menavano dicevano: ‘Noi lavoriamo per lo stato italiano, negro di merda! Perché non ritorni al Paese tuo?’. E io pregavo e continuavo a piangere. Se sei uno straniero sei finito, o muori o esci tutto rotto da qui, a Viterbo. Vi prego, vi scongiuro, aiutatemi. Ho paura di morire. La mia famiglia non sa nulla”.

Usano parole offensive contro di me e la mia famiglia e io sto zitto per forza, perché se dico qualcosa mi menano come fanno sempre”.

L’ispettore mi ha minacciato: “Tu qua muori!”. E infatti alle 7.40 sono entrati 11 agenti di polizia penitenziaria armati di bastoni per la fare la perquisizione e sono stato picchiato, torturato e minacciato di morte”.

Qui hanno quasi 3 squadrette solo per menare i detenuti. Io ne ho prese tante da loro. Da quando sono venuto qui, sono morte delle persone. Non so il motivo, però credetemi, sto dicendo la verità. Aiutatemi, mandatemi via da questo carcere”.

Ho paura che mi fanno morire. Vogliono portarmi in isolamento, ma non sono stato punito: ‘nessuna sanzione’, mi hanno risposto. Moralmente e fisicamente sto a pezzi. Per favore, mi serve il vostro aiuto. Mandatemi via da questo carcere il più presto possibile!”.

Senza motivo ritorno in isolamento. La guardia mi dice: ‘Hai qualche problema?’ Io rispondo: “Che vorresti fa?”. ‘Se ti metto le mani addosso, sei finito, hai il colore della merda, buttati a dormire’, risponde. Io gli dico che voglio parlare con la sorveglianza. La guardia mi risponde: ‘Ti faccio fare una brutta fine, merda!’.

Le violenze contro i detenuti sono continue, ve lo assicuro. Lo faccio presente anche grazie al mio avvocato di fiducia”.

I dottori e gli infermieri sapevano che avevo contusioni perché gli agenti di polizia penitenziaria mi hanno ammazzato di botte tra pizze e schiaffi”.

Mi hanno sottoposto a continue vessazioni, fisiche e mentali, che ho dovuto subire dagli agenti. Mi hanno provocato fino a spingermi in errore per poi aggredirmi con una ferocia inaudita, tanto da riportare traumi al corpo e tumefazioni al viso”.

Sogno ogni sera Hassan Sharaf (il detenuto egiziano di 21 anni che ha tentato il suicidio in una cella di isolamento a 40 giorni dalla libertà, morto all’ospedale Belcolle di Viterbo dopo una settimana di agonia, ndr) e mi sveglio nel panico. Ricordo il mio bambino, ha 13 anni e io trattavo la buon anima di Hassan come mio figlio. Adesso anche un altro detenuto sta in paranoia perché l’assistente ha detto: ‘Ci pensiamo anche a te’. Adesso ho capito che loro vogliono ammazzarmi”.

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