Trent’anni dalla strage di Capaci, il momento più cupo della nostra Repubblica

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“Dovevamo accompagnare Giovanni Falcone a Favignana a vedere la mattanza dei tonni. Ma l’abbiamo vista in anticipo la mattanza. E i tonni eravamo noi”. È questo quello che racconta Angelo Corbo, uno dei poliziotti sopravvissuti a Capaci.
Si chiama eroe chi si sacrifica per il bene comune.
Oggi ricorre il trentesimo anniversario della morte di un eroe che ha lottato contro la mafia fino all’ultimo e degli eroi che erano con lui: sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

« Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti. »
(F. De André, Canzone del maggio). Non dimenticherò mai quel 23 maggio, quelle immagini alla tv, quel senso d’impotenza di fronte al male di cui siamo stati CAPACI.
Così, ciò che la nostra ignoranza dice non riguardarci, ci riguarda eccome: sta proprio lì a guardarci fino a che, da ultimo, non ci inghiotte. Insomma, come già laconicamente Leonardo da Vinci sentenziava, chi non ostacola il male comanda che si faccia.
« L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […] La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. » (La città futura).
Alla mafia, alla corruzione contribuiamo tutti noi ogni giorno quando ce ne stiamo in silenzio davanti a un sopruso, quando mentiamo, siamo prepotenti o ci crediamo furbi.
Contrastare il male, combatterlo con il bene è certamente possibile, anche se la cattiveria umana è maggiore di quanto immaginano i “buoni” e gli onesti, con le gambe dei quali continuano a camminare le idee di Falcone e Borsellino. Ecce Homo.

23 MAGGIO 1992, ORE 17:52, STRAGE DI CAPACI

Negli anni ’80 del Novecento Luciano Liggio (1925-1993) e Salvatore “Totò” Riina (1930-2017) scatenano e vincono la più sanguinosa guerra di mafia della storia di “cosa nostra” arrivando al completo controllo della celebre “commissione”, il massimo organo di coordinamento di tutte le attività mafiose dentro e fuori la Sicilia. Ma Liggio e Riina non si limitano ad assumere la direzione di tutte le cosche ma effettuano un mai visto prima salto di qualità: ingaggiano un conflitto aperto e diretto contro lo stato italiano e la famosa “trattativa stato-mafia” non è che una delle fasi di questa terribile e tragica sfida.

I primi a cadere sotto il piombo mafioso sono gli uomini di stato di diretta prossimità con le attività mafiose: magistrati come Pietro Scaglione (1906-1971), Cesare Terranova (1921-1979) e Rocco Chinnici (1925-1983); politici come Piersanti Mattarella (1935-1980), fratello di Sergio, Presidente della Repubblica e Salvo Lima (1928-1992). Gli anni riportati come secondi nelle parentesi sono gli anni del loro assassinio sotto i colpi dei sicari mafiosi.

Quando gli omicidi mirati non bastano più a eliminare politici e magistrati che ostacolano i traffici mafiosi la commissione cambia strategia e assume quella terroristica-stragista.

L’elemento scatenante dell’innalzamento del livello della guerra mafiosa è il celeberrimo “maxiprocesso di Palermo”, il più grande processo penale mai celebrato al mondo, aperto il 10 febbraio 1986 contro 460 imputati di crimini di mafia, assistiti da un esercito di 200 avvocati e concluso il 16 dicembre 1987 con 2665 anni di reclusione tra cui 19 ergastoli; condanne poi confermate in Cassazione.

Una pesantissima sconfitta per i clan mafiosi.

La reazione mafiosa non si fa attendere e in una riunione della commissione tenuta a Enna nel settembre-ottobre 1991 cui partecipano i boss Riina, Bernardo Provenzano, Piddu Madonia, Benedetto Santapaola e l’attuale superlatitante Matteo Messina Denaro viene pianificata la serie di attentati che insanguineranno l’Italia, diretti ad “ammorbidire” lo stato e ottenere concessioni favorevoli.

Di lì a breve seguono gli attentati di Firenze (26 maggio ’93 in via dei Georgofili: cinque vittime), di Milano (27 luglio in via Palestro: cinque vittime e dodici feriti), di Roma (28 luglio contro le chiese di S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano) e i falliti attentati contro Maurizio Costanzo (14 maggio ‘93) e allo stadio Olimpico di Roma (23 gennaio ‘94).

La strage di Capaci si inserisce in questa grande strategia globale ed è rivolto contro il principale ostacolo all’espansione mafiosa e alla trattativa: il giudice Giovanni Falcone (1939-1992).

Il 23 maggio 1992, alle 17:52, una potentissima carica di esplosivo fa saltare un intero tratto dell’autostrada A29 che collega Palermo con Mazara del Vallo, Trapani e Marsala, proprio quando transita il corteo di auto addetto al trasporto e al servizio scorta del giudice antimafia. Insieme a Falcone viaggiano la moglie Francesca Morvillo (1945-1992) e gli agenti di scorta Vito Schifani (1965-1992), Rocco Dicillo (1962-1992) e Antonio Montinaro (1962-1992). Nessuno scampa al micidiale attentato; in totale si contano anche 23 feriti.

Il lutto e il dolore vivono ancora nella memoria dei giusti.

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