E' accusato di aver ammazzato un detenuto italiano

Uccise a sgabellate il compagno di cella, ora la perizia psichiatrica per l’indiano

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Indiano accusato di aver ammazzato un detenuto italiano. Ieri udienza in corte d’assise: “Perché l’imputato non stava in isolamento?”. L’avvocato di parte civile parla di eventuali responsabilità dei vertici di Mammagialla. Il pm Pacifici: “L’oggetto del processo è il presunto omicidio, non altro”

La perizia psichiatrica per l’indiano accusato di aver ucciso in carcere un 61enne. È Sing Khajan, che il 29 marzo 2019 fu trovato in cella a Mammagialla con accanto a lui, a terra, un italiano immerso in una pozza di sangue. Era il detenuto Giovanni Delfino, reo – secondo quanto testimoniato ieri mattina in aula dagli agenti penitenziari accorsi – di non aver dato all’indiano, compagno di cella, l’accendino per fumare.

Ieri mattina, nell’aula 7 del tribunale di Viterbo, quella dedicata ai processi in corte d’assise, l’imputato era presente. Stava vicino al suo avvocato difensore, Antonio Maria Carlevaro del foro di Civitavecchia, e un traduttore indiano.

Accanto a loro il legale che difende la famiglia del detenuto ucciso, l’avvocato Carmelo Antonio Pirrone, il quale ha criticato la decisione di “qualcuno di far stare una persona affetta da disturbi della personalità di tipo borderline, come l’imputato, nella stessa cella con Delfino. Ecco, si deve accertare il responsabile di chi ha permesso questo”.
In aula è emerso che c’è un fascicolo aperto dalla procura per accertare se la struttura carceraria e i suoi vertici sono responsabili in tal senso.

In ogni modo, nella prossima udienza del 6 febbraio 2020 ci sarà il conferimento dell’incarico al professor Giovan Battista Traverso, il consulente del tribunale che dovrà fare una perizia psichiatrica dell’imputato indiano.

“Sing è matto, si vedeva dai comportamenti”, ha detto nel suo italiano essenziale un detenuto di una cella vicina a quella in cui è avvenuto il fattaccio. L’uomo, sentito come testimone, ha raccontato: “Erano circa le 21 quando sento delle grida e poi dei rumori. Ho sentito i colpi di uno sgabello. Ho subito chiamato aiuto”. Gli agenti penitenziari accorsi, trovarono Sing in piedi nella cella 11 di una sezione di Mammagialla, e Delfino a terra in un lago di sangue. Fu soccorso dal medico e poi portato all’ospedale di Belcolle, ma morì dopo poche ore. Era il 29 marzo.

Il fascicolo processuale è nelle mani del pm Franco Pacifici e i giudici togati della corte d’assise sono Gaetano Mautone e Elisabetta Massini. Pacifici, durante il dibattimento, ha criticato gli avvocati, ricordando loro che “l’oggetto di questo processo è l’accusa di omicidio. Invece, qui si parla di tutt’altro”. Il magistrato ha cercato di riportare dentro il perimetro processuale una discussione che, soprattutto il legale di parte civile, l’avvocato Pirrone, voleva incentrare sulle eventuali responsabilità del carcere per aver messo Sing in cella insieme ad altri: “L’imputato era sottoposto a protocollo di grandissima sorveglianza – ha detto a più riprese l’avvocato Pirrone – ma questa grandissima sorveglianza non mi sembra ci sia stata”.

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