Cittadini uniti per dare sostegno alla famiglia il 7 febbraio. Cassazione chiamata a pronunciarsi sui ricorsi contro la sentenza d’Appello

“Una passeggiata per la giustizia”, il territorio si mobilità per Vannini

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Tutti uniti, sotto il palazzo della Cassazione, a Roma, per chiedere giustizia e verità per Marco Vannini. Il 7 febbraio è ormai vicino e l’intero territorio è pronto ancora una volta a dimostrare vicinanza e sostegno a mamma Marina e papà Valerio. “Una passeggiata per la giustizia nasce per stare vicini a Marina e Valerio – si legge nell’evento organizzato per il 7 febbraio. É l’udienza più importante ma anche di speranza. Avvolgeremo la famiglia senza fiaccole, bandiere e striscioni. L’udienza è alle 10 ma noi ci ritroveremo alle 9 in piazza. Giustizia per Marco Vannini”. La Cassazione dovrà decidere se rimandare tutto in Appello o se confermare la sentenza emessa in secondo grado: 5 anni per omicidio colposo con colpa cosciente per Antonio Ciontoli (in primo grado il giudice aveva condannato il capofamiglia a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale) e 3 a nni ai figli Federico e Martina e al
la moglie, Maria Pezzillo. A impugnare la sentenza di secondo grado da un lato la procura generale di Roma, dall’altro i legali della famiglia Ciontoli.

IL RICORSO DEL PM Nel processo d’appello il sostituto procuratore generale Vincenzo Saveriano aveva chiesto una pena di 14 anni per l’accusa di omicidio volontario per tutta la famiglia, ma i giudici hanno ridotto la pena a cinque anni al capofamiglia con la derubricazione del reato e confermato i tre anni per il resto dei familiari. Il pg chiede quindi che la Cassazione annulli la sentenza impugnata e rinvii a un’altra sezione della Corte d’assise d’appello affinché sia riconosciuta la responsabilità penale in relazione al delitto di omicidio volontario per tutti gli imputati. In subordine chiede che vengano «disconosciute per il capofamiglia le attenuanti generiche ovvero siano le stesse attenuanti riconosciute subvalenti rispetto all’aggravante» contestata; per i familiari che venga riconosciuta l’aggravante della colpa cosciente, del delitto di omicidio colposo, come confermato dalla Corte.

IL RICORSO DEI LEGALI DELLA FAMIGLIA CIONTOLI Per i due legali «la Corte d’Appello – si legge nel documento del ricorso – nel pronunciare la derubricazione del reato di omicidio volontario al Ciontoli Antonio in quello di omicidio colposo, aggravato da colpa cosciente, non ha fornito alcuna adeguata motivazione in ordine alla sussistenza di elementi di fatto, relativi al comportamento addebitato all’imputato, dai quali sia possibile desumere
con la dovuta certezza che lo stesso abbia ‘‘agito nonostante la previsione dell’evento’’, così come letteralmente richiede la norma applicata». Obiettivo dei legali è quello di cercare di ottenere per il capofamiglia una ulteriore riduzione della pena. Per il resto della famiglia invece (fatta eccezione per Viola Giorgini già assolta in primo grado) gli avvocati Messina e Miroli chiedono l’assoluzione secca e in alternativa uno sconto di pena. I due avvocati nel secondo ricorso (quello strettamente legato ai tre componenti della famiglia) hanno infatti chiesto la derubricazione del reato in ‘‘favoreggiamento personale’’ che, come spiegato dai legali non deve essere dichiarato punibile per i rapporti di familiarietà, oppure la derubricazione in ‘‘omissione di soccorso’’ che farebbe ottenere a Maria Pezzillo, Martina e Federico Ciontoli una congrua riduzione della pena.

MAMMA MARINA «Il Presidente nel pronunciare la sentenza ha detto che tale pronunciamento avveniva in nome del popolo italiano, ma quella sentenza non può essere di certo pronunciata in mio nome». A parlare ai microfoni de Le Iene è ancora una volta mamma Marina. «Io riconsegnerò la scheda elettorale perché mi vergogno di essere cittadina italiana. Partiamo intanto dal presupposto che nessuna sentenza potrà accontentarmi perché nessuna sentenza mi riporterà in vita mio figlio. Ma la giustizia si! Il giudice nella sua sentenza ha detto che a livello civile sarà risarcita con 200mila euro. Ma io non voglio i 200mila euro, io voglio la giustizia! Voglio che questi signori vadano in galera e paghino per quello che hanno fatto, perché hanno ammazzato un ragazzo di 20 anni. A me dei loro soldi non importa nulla. Mio figlio è stato ucciso come un cane. Mio figlio era tutto per me, bastava che lo vedessi sorridere al mattino dicendomi Mà».

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