La corsa al vertice dell'università: parla Andrea Vannini

“UNITUS fuori dal ranking internazionale. Allarme fondi. Ma non aspettiamo quelli statali…avanti con fundraising e privati!”

"Un serio limite alla internazionalizzazione è che la nostra università non sta nei ranking internazionali"

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Il prof. Andrea Vannini
L’elezione del nuovo Rettore dell’Università della Tuscia – il prossimo 2 ottobre – è un avvenimento importante non solo per l’Università, ma per tutta la città. Per questo proseguiamo con le nostre interviste ai candidati, dopo che il 6 settembre sono scaduti i termini per la presentazione delle candidature.
Oggi è la volta del professor Andrea Vannini, ordinario di Monitoraggio e Difesa Forestale e Ambientale, di Advanced Forest Pathology (corso in lingua inglese) e Coordinatore del Laboratorio di Protezione delle Piante presso DIBAF (Dipartimento per l’Innovazione nei sistemi Biologici Agroalimentari e Forestali).
 
 
Professor Vannini, lei si definisce come un manager della ricerca che si divide tra ricerca attiva e attività di “fundraising” (raccolta fondi). Pensa che questo sia il modello giusto su cui puntare?
Dobbiamo uscire dal concetto della coperta troppo corta. Il Ministero ci trasferisce una serie di fondi che sono in diminuzione e che non sono sufficienti a fronte della necessità di maggiori risorse. Con il fundraising differenziato si vanno a ricercare fondi da fonti diverse, prevalentemente non pubbliche. Lo fanno già tante università in Italia, non l’ho certo inventato io, mentre purtroppo noi, in quanto ateneo nel suo insieme, non ci abbiamo mai puntato molto.  Romano Prodi nel 2006, quando era presidente del consiglio, disse che l’Italia era una Paese povero abitato da gente ricca. Ecco noi siamo così, popolati di eccellenze che l’Ateneo non riesce a trasformare in rete. Perché Harvard o Berkeley sono prestigiose? Certamente per le singole eccellenze e per i premi Nobel che ospitano, ma poi ci sono le università, che mettono tutte queste eccellenze insieme e promuovono l’immagine delle università in quanto tali.  Anche noi, per aumentare il prestigio dell’Università, dobbiamo imparare a dare una narrazione, un’identità al nostro Ateneo. 
deim unitus
 
Che cosa intende quando sostiene che il governo dell’Ateneo va impostato secondo un sistema bottom-up, cioè dal basso verso l’alto?
La nostra è una democrazia rappresentativa. Chi ci rappresenta è un primus inter pares. Quindi gli organi di ateneo sono semplicemente strutture che portano le istanze degli organi periferici. Nel nostro caso i dipartimenti, che hanno competenze dirette nella didattica, nella ricerca, nel tutoraggio. Il compito dell’ateneo è quello di facilitare. Il che significa che l’ateneo fallisce il suo compito se non riesce a raccogliere in un sistema bottom-up le esigenze delle strutture periferiche che sono quelle più pregne di competenze. Poi è chiaro che un rettore, anche in qualità di presidente del Consiglio di Amministrazione, deve dare una linea strategica e una linea politica. Deve saper dire dei no e dei sì. L’università è un sistema molto complesso, fatto di dipartimenti che hanno competenze, sensibilità ed esigenze completamente diverse. Quello che deve saper fare un rettore è di interpretare queste esigenze e di portare avanti uno sviluppo armonico dell’ateneo, senza però dare delle regole fisse, da applicare in modo automatico in situazioni che sono molto diverse tra loro. 
Sulla base del numero di iscritti il CENSIS suddivide le università italiane in mega atenei (sopra 40.000 iscritti), grandi (da 20.000 a 40.000), medi (da 10.000 a 20.000), piccoli (fino a 10.000). UNITUS con i suoi 8.000 iscritti è classificata come un piccolo ateneo. Questa classificazione la vive come un limite? L’imperativo categorico è crescere numericamente? 
Essere un piccolo ateneo non è un fattore necessariamente limitante. Essere un piccolo ateneo può essere un grandissimo vantaggio, sempre che noi riusciamo a caratterizzarci per competenze, attività e servizi che non sono presenti o sono presenti in maniera diversa altrove. Quanto siamo in grado noi in UNITUS di sopportare o supportare la crescita numerica degli studenti? Dipende dai servizi che noi e il territorio possiamo offrire. A un certo punto questo numero si ferma, perché non ci sono più servizi. Quello tra numerosità degli studenti e servizi è un bilanciamento che dobbiamo calcolare e gestire in maniera oculata. Dobbiamo cioè capire se è necessario andare in crescita continua con il numero di studenti, investendo grandi somme per aumentare sempre più i servizi, oppure se non è meglio mantenere un numero tra 8.000/9.000 studenti, portando all’eccellenza i servizi e il livello della ricerca e della didattica. Ci sono tantissimi strumenti per rendere eccellente un piccolo ateneo e io penso che è da qui che bisogna partire. In ogni caso esistono situazioni diverse tra i vari corsi di studio, e di questo dobbiamo tenere conto per armonizzarle.
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Ritiene soddisfacente il livello di internazionalizzzione del nostro Ateneo? 
Per il periodo 2014 – 2020 il valore del progetto ERASMUS in Europa è di 14 miliardi di euro. Questo livello di stanziamento ci dà delle opportunità gigantesche. E il sistema ERASMUS non è soltanto mobilità degli studenti, è anche mobilità dei docenti e creazione di corsi internazionalizzati. Un percorso, questo, sul quale il nostro ateneo si deve concentrare, perché è pagato quasi interamente dal sistema ERASMUS. Quindi nuovi corsi internazionalizzati da testare per parecchi anni, che se siamo bravi riusciranno a mantenere il supporto ERASMUS. Poi c’è l’internazionalizzazione della ricerca e dei dottorati di ricerca, che sono i livelli massimi della formazione universitaria. Ma un serio limite alla internazionalizzazione è che la nostra università non sta nei ranking internazionali, cioè non compare nei data base che a livello mondiale classificano le università. Non ci siamo non perché manchiamo degli indicatori necessari, ma perché nessuno li ha mai dati questi indicatori. E quando nel 2019 uno studente “globale” sceglie l’università, lei cosa pensa che faccia? Che vada sul sito web dell’università? No, vai nei ranking internazionali, decide la nazione in cui vuole andare, guarda le università classificate nei ranking, partecipa ai meeting che vengono organizzati in tutte le nazioni con tutte le università consociate, e poi decide. Solo dopo entra nel sito dell’università prescelta. Se non si creano queste facilitazioni, l’internazionalizzazione non si verificherà mai.
Poco sopra lei ha richiamato il modello di Harvard e di Berkley, che riescono a offrire una narrazione di ateneo capace di costruire appartenenza e identità. Pensa che al nostro ateneo manchi questa narrazione di sé e della propria identità?
Io sono straconvinto che questo ateneo debba darsi una narrazione, una collocazione e un riconoscimento all’interno di questo territorio, come espressione di questo territorio. Ed è un compito specifico dell’Università, non della città,  quello di sapersi raccontare in questo modo. Attenzione, però, il territorio non è da intendersi come il riferimento geografico per le nostre attività. Il territorio è l’elemento che ci permette di presentarci al di fuori dei suoi confini e di trovare la nostra identità.  Ad esempio se uno pensa all’università di Siena, pensa a Siena, se pensa a Siena pensa all’università. Ma l’università di Siena non ha il territorio senese come riferimento. Il suo riferimento è nazionale e internazionale. Ma se non avesse questa caratterizzazione di riconoscimento sul territorio senese, sarebbe tutta un’altra cosa. Insieme alla didattica e alla ricerca, il rapporto con il territorio è la nostra terza missione. Con il proprio territorio l’ateneo deve costruire un patto forte, per essere riconosciuto come suo interlocutore, capace di rendere utili e disponibili  tutte le sue competenze. E non le parlo per adesso di competenze scientifiche. Pensi solo al contributo che tutti i nostri dipartimenti umanistici possono dare alla programmazione culturale, alla gestione dei musei, allo stesso turismo storico. Perché quando si viene a visitare Viterbo le guide non portano a vedere Santa Maria in Gradi o San Carlo? Perché noi non siamo riconosciuti come parte di questo territorio. Ma non è vero che il nostro territorio non risponde, bisogna saperlo interpretare e declinare. Questo è un territorio complicatissimo da interrogare e da rendere partecipe. E c’è grande bisogno di qualcuno che lo conosca e, come dicevo, lo sappia appunto interpretare.
Professor Vannini, nella passata giunta lei per circa un anno è stato assessore all’ambiente del Comune di Viterbo. Ritiene che quella esperienza possa tornarle utile adesso che si candida alla carica di rettore?  
Io sono un ottimista di natura. Penso che da tutte le esperienze, comunque vadano a finire, si può trarre qualcosa di costruttivo. La mia esperienza al Comune di Viterbo è stata un’esperienza formativa eccezionale. Perché una cosa è trovarsi al bar e parlare di politica, e un’altra è stare dentro e gestire la cosa pubblica. Ci si accorge di quanto è complicato, e le dico francamente che, seppur diverso, il sistema di gestione di un comune è enormemente più complicato del sistema di gestione di un piccolo ateneo come quello della Tuscia. Questo è un territorio difficilissimo da approcciare, come le dicevo anche prima. E quella mia esperienza di un anno come assessore me lo ha dimostrato. Quindi prendere con superficialità il rapporto con un territorio come il nostro  è un gigantesco errore. Un territorio in cui in effetti non è facile farsi accettare. Guardi, per darle un’idea di ciò che voglio dire, le racconto un episodio che mi è successo. Io vivo a Canepina, dove quando ho preso la carta d’identità mi è venuto da dire “io adesso sono di Canepina”. “No! Tu sei residente a Canepina…”, mi hanno risposto. E di questo ho fatto sempre tesoro. 
 
Ringraziamo moltissimo il professor Vannini per l’estrema disponibilità dimostrata e per il tempo che ha accettato di dedicarci.
Convento di Santa Maria in Gradi
L’ex convento di Santa Maria in Gradi, ora sede del rettorato Unitus

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