Rilanciare l’Università di Rieti è possibile, ma occorre un pò di “sana follia!”

Leggo sulla stampa dei problemi economici che affliggono cronicamente l’ateneo di Rieti. I debiti verso La Sapienza ammonterebbero a quasi 1 milione di euro, mentre quelli verso l’Università della Tuscia a circa 850 mila euro. 

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Leggo sulla stampa dei problemi economici che affliggono cronicamente l’ateneo di Rieti.

I debiti verso La Sapienza ammonterebbero a quasi 1 milione di euro, mentre quelli verso l’Università della Tuscia a circa 850 mila euro.

Sicuramente l’Università a Rieti rappresenterebbe una importante opportunità di sviluppo, ma l’attuale modello va riformato.

Oggi, di fatto, la nostra università è una succursale delle due università madri (specie La Sapienza).

Le rette non restano a Rieti, ma vanno a Roma. Non esiste un Corpo Insegnanti residente (i professori vengono e ripartono dopo le lezioni). Gli stessi studenti difficilmente risiedono sul territorio.

Si parla di indotto generato dalla università, ma nessuno ne ha mai quantizzato il reale valore.

Si cercano nuovi sponsor.

Ma perché un privato dovrebbe investire? Quale il ritorno? Forse l’immagine, ma difficilmente un ritorno sull’investimento.

Io credo invece che si dovrebbe guardare a modelli diversi dall’attuale.

Prima di tutto a Rieti si dovrebbe riconoscere una dignità individuale: non succursale di altri, ma sede universitaria indipendente. Dovrebbe avere strutture proprie (si pensi a quanti immobili potrebbero essere recuperati alla bisogna, dandoli in comodato); dovrebbe avere un proprio senato accademico residente in città; i proventi (tasse e non solo) dovrebbero rimanere nel territorio e soprattutto essere investiti nell’ateneo. Si pensi al modello della Università di Camerino.

Ma io mi spingerei ancora oltre.

Ormai gli atenei privati offrono programmi formativi di altissimo livello. Il mondo, specie quello della conoscenza, si è globalizzato.

Esistono prestigiose università internazionali che promuovono l’insediamento di proprie sedi all’estero. Si pensi alla Johns Hopkins University a Bologna.

Alla collaborazione tra la università di Buenos Aires e quella di Bologna. Agli scambi culturali tra le università Bocconi e Luiss con tutto il mondo o al modello della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Esistono numerose altre forme di collaborazione specie con Cina e Israele, che spesso consentono agli studenti di ottenere il doppio diploma (Italia/paese estero).

Quello che Rieti può offrire nel campo dell’ambiente, della ricerca agraria, dello sfruttamento idrico (non a caso l’acqua oggi è chiamata “oro blu”), sarebbe di grande interesse per altri atenei esteri che difficilmente potrebbero trovare tante opportunità, tutte insieme, sul proprio territorio.

Allora sì che Rieti verrebbe ad assumere un ruolo protagonista nell’ambito accademico, senza dover patire quattro spiccioli per sopravvivere.

Certo può sembrare un progetto folle, ma a volte bisogna osare, Steve Jobs diceva “stay hungry, stay foolish” (“sii affamato, sii folle”).

Mi si dirà: “è impossibile”; ma bisogna saper guardare oltre l’orizzonte.

Sempre Jobs affermava: “… le persone che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, sono coloro che lo cambiano davvero”.

Certo per ottenere risultati eccezionali bisogna avere idee chiare, piani precisi, obbiettivi condivisi e, non ultimo la “competenza del fare”.

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