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Esplode la tensione in Venezuela, ormai sull’orlo della guerra civile. Gli scontri in piazza si moltiplicano e il fragore si propaga a livello internazionale con gli Stati Uniti che accusano la Russia di aver avuto un ruolo determinante nell’evitare la caduta di Maduro, mentre l’Europa, con una linea ondivaga, subisce le conseguenze delle tensioni sul mercato petrolifero.

Il segretario di stato Usa, Mike Pompeo, parlando alla Cnn, ha riferito che Maduro, era già pronto a fuggire dal Venezuela, ma la Russia lo avrebbe convinto a non farlo. Intanto in questa partita dal profilo sempre più internazionale, entra anche Cuba, colpevole, secondo il presidente americano, Donald Trump, di aiutare Maduro. Su Twitter, come è suo solito, Trump ha minacciato l’Avana di “embargo totale se gli aiuti, anche militari, al governo di Caracas non finiranno”.

L’autoproclamato presidente ad interim Guaidò ha lanciato un messaggio video alla nazione invitandola a rivoltarsi contro il regime. In una diretta su YouTube di quasi tre minuti ha incalzato i venezuelani a dare la spallata decisiva al governo. “Sapevamo che l’inizio non sarebbe stato facile, ma abbiamo dimostrato che ci sono soldati disposti a difendere la Costituzione e bisogna tornare nelle strade per mettere fine all’usurpazione”, ha arringato, sottolineando che “l’Usurpatore stava per andarsene, ma forze straniere lo hanno obbligato a restare”. Poi ha assicurato che Maduro “non gode del rispetto delle Forze armate”.

Quegli stessi militari, che il Presidente, in un messaggio in contemporanea, ha invece ingraziato “per aver sconfitto i golpisti”. Maduro li ha definiti “un piccolo gruppo che pretendeva di riempire di violenza le strade del Venezuela”. E aggiunge che si è trattato di “un colpo di Stato frustrato”.

L’Europa segue la situazione in ordine sparso, senza una posizione univoca. Lo stesso accade in Italia, dove emerge l’imbarazzo e la difficoltà del Governo giallo – verde a esprimersi in modo unitario. Salvini, per trarsi d’impaccio, ha buttato la palla nel campo della Farnesina: “Il ministro degli Esteri sa cosa deve fare, detto questo si è perso troppo tempo. E Maduro non è persona in grado di guidare neanche un condominio”.

Nel frattempo le conseguenze della crisi venezuelana si fanno sentire sul mercato del petrolio che è sotto stress. La benzina a quota 2 euro il litro è una spia eloquente. Il Brent è salito sopra i 73 dollari il barile.

La tensione politica non ha fatto altro che amplificare problemi per il settore energetico di questo Paese che si trascinano da anni.

La produzione di greggio di Caracas – che possiede le riserve di idrocarburi più ricche del mondo– è crollata di quasi due terzi negli ultimi due anni e ad aprile secondo stime Reuters si è ridotta ancora, a 800 mila barili al giorno. Juan Guaidò ha elargito grandi promesse alle compagnie petrolifere straniere per favorire un rapido recupero del settore, nel caso in cui riesca ad abbattere il presidente Maduro. Ma non è detto che il colpo di Stato abbia successo. E anche se fosse, sarebbe problematico e soprattutto richiederebbe molto tempo, riconquistare appieno la fiducia degli investitori. I  danni alle infrastrutture intanto sono sempre più gravi.

Le sanzioni Usa, che si stanno focalizzando sempre di più sull’export di greggio, sono solo la punta dell’iceberg di una situazione esplosiva da anni. Troppo a lungo la compagnia locale Pdvsa è stata amministrata in modo dissennato e oggi gli impianti cadono a pezzi.
Il crollo della produzione venezuelana si somma a molte altre limitazioni dell’offerta di petrolio, che minacciano di infiammare le quotazioni del barile, già in rialzo di quasi il 40% da inizio anno.

È il caso del mancato rinnovo degli esoneri dalle sanzioni Usa che ridurrà le forniture dall’Iran mentre l’Arabia Saudita continua a ribadire di non aver alcuna intenzione di compensare il calo del flusso di greggio, aumentando la produzione.

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