Ventisei anni senza Massimo Troisi: alla sorgente dei sogni

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Per Freud i sogni sono la rielaborazione delle nostre esperienze operata dall’inconscio. Massimo Troisi rovescia questo rapporto: si ispira ai sogni per raccontare storie. Non siete d’accordo? Fate bene; ma ditemi: in quale altro ambito dell’esperienza umana può succedere di diventare amici di Pablo Neruda e nello stesso tempo avere l’amore di Maria Grazia Cucinotta?

Massimo Troisi muore il 4 giugno del 1994 lasciandoci in eredità i suoi sogni (“E scusate se è poco!!”, direbbe un suo celeberrimo concittadino). Troisi non è stato certo il primo a manipolare i sogni: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” scrive Shakespeare nella “tempesta” e persino nei vangeli il sogno è usato da Dio come medium per parlare agli umani. Cosa ha fatto in pratica Massimo Troisi? Ha manomesso la lingua napoletana, la comicità di Pulcinella, l’eredità di Eduardo, la satira e la sostanza onirica per costruire le sue storie.

Questi i film girati da Troisi come regista: “Ricomincio da tre (1981)”; “Morto Troisi, viva Troisi! (1982); “Scusate il ritardo (1983)”; “Non ci resta che piangere” in co-regia con R. Benigni (1984)”; “Le vie del Signore sono finite (1987)”; “Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991)”; “Il postino, in co-regia con Michael Radford (1994)”.

Non capita sempre di prendere in prestito i sogni di un grande sognatore.

Del resto, per chi nasce a San Giorgio a Cremano (alle porte di Napoli ma nel cuore di una periferia disastrata, ancora campagna, non ancora città) e cresce in una casa piccola e sovraffollata ( con cinque fratelli, due genitori, due nonni e cinque nipoti), avere successo nel cinema e in tv può essere solo un sogno.

Ma il sogno di Massimo Troisi si era avverato. La sua napoletanità ardente, dolente e irridente aveva conquistato gli italiani.

Nonostante fosse stato affetto da dolorose febbri reumatiche che produssero lo scompenso cardiaco alla valvola mitralica che gli sarebbe stato fatale ad appena 41 anni, egli inseguì fin da ragazzo i suoi sogni.

Era il 4 giugno 1994, ed erano appena trascorse 12 ore dopo la fine del suo film “Il Postino”: Massimo ci lasciava nella casa di sua sorella Annamaria, a Ostia, dopo stava affrontando le fatiche del set.

Alla vigilia del “Postino”, Troisi era tornato in America dal chirurgo (De Beckey) che già una volta l’aveva operato in gran segreto al cuore agli inizi della carriera.

Sapeva forse di non poter affrontare lo sforzo dell’interpretazione del film, ma scelse di non risparmiarsi.

Ma il Pulcinella senza maschera più volte aveva ironizzato sulla morte (ricordiamo il suo film “Morto Troisi…Viva Troisi!”), istintivo erede di Eduardo e Totò e interprete della “nuova Napoli” di Edoardo Bennato e Pino Daniele.

Insieme agli amici de “La Smorfia” (Lello Arena ed Enzo Decaro), uscì presto dai confini vernacolari locali portando la sua vivace e colorita lingua napoletana e le sue pause ironiche sulle reti televisive nazionali e poi al cinema.

Il personaggio locale diventò un paradigma universale e trovò grande empatia col toscanaccio per eccellenza, Roberto Benigni con il clamoroso successo di “Non ci resta che piangere” (nel 1984).

Nella breve vita di Troisi, i premi (dai David ai Nastri d’argento) non mancarono e il successo planetario de “Il Postino” dice quanta strada avesse ancora davanti il ragazzo di San Giorgio a Cremano.

A lui l’ Oscar di aver continuato a credere nei suoi sogni fino all’ultimo, e di aver fatto sognare anche noi.

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