Femminicidio, un'infinita scia di sangue. Come fermarla?

Ok manifestare in piazza, ma la chiave è investire su scuola e famiglia. L’esempio del “Canevari”

Il “terrorismo interno” nei confronti delle donne non è meno selvaggio e sanguinoso di quello politico o religioso; persino più insidioso, perché incubato al chiuso degli ordinari ambienti domestici

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Anche Viterbo partecipa con passione al difficile percorso di civiltà contro il femminicidio; la lunga scia di sangue che vede migliaia di donne vittime della violenza maschile.

Ana Maria Lacramioara Di Piazza

Un altro femminicidio avvenuto il 22 novembre: Ana Maria Lacramioara Di Piazza, una giovane trentenne, madre di un bimbo di 11 anni, forse incinta, è stata uccisa a coltellate e a colpi di bastone, a Partinico dal suo amante, Antonino Borgia, di 51 anni, che non voleva tenere il figlio in quanto già sposato.

Domani ci sarà la celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è arrivato l’annuncio che è pronto il decreto per attivare il fondo per gli orfani di femminicidio.

Il “terrorismo interno” nei confronti delle donne non è meno selvaggio e sanguinoso di quello politico o religioso; persino più insidioso, perché incubato al chiuso degli ordinari ambienti domestici.
Occorre anche considerare che non tutte le stratificazioni della violenza di genere finiscono sui giornali: quotidianamente centinaia di donne sono vittime di botte, pestaggi, soprusi, minacce e umiliazioni psicologiche, talvolta taciute.

Per dire no alla violenza di genere, sabato scorso sono scese in piazza a Roma migliaia di donne, in una manifestazione promossa per il quarto anno dal movimento femminista “Non una di Meno” .

“La mia città news” è in grado di fornire gli ultimi aggiornamenti neuro-scientifici e psicologici su questo doloroso versante della condizione umana.
Cosa raccontano le neuroscienze?

Raccontano che la violenza è controllata dal cervello; malgrado centinaia di migliaia di anni di evoluzione nella nostra mente resistono strutture antiche, come l’amigdala, che il neuro-scienziato americano Paul D. MacLean ha definito “cervello rettiliano”; più o meno il piccolo cervello del dinosauro. E’ esattamente da qui che hanno origine e si scatenano gli attacchi violenti. Fortunatamente l’evoluzione ci ha regalato anche una grande risorsa: la “corteccia cerebrale”, quella che chiamiamo “materia grigia”. L’arte, la scienza, la filosofia, il pensiero razionale etc., ossia tutto ciò che ci rende umani, abitano lì.

Una struttura che può arrivare a “porre il veto” alle pulsioni violente. Quando questa struttura, però, viene bypassata e gli impulsi della “violenza” finiscono direttamente ai centri motori, il dramma è inevitabile. Nasce così l’ira, il raptus che spesso porta al femminicidio. Un fenomeno, questo, che spesso avviene quando la donna tenta di sottrarsi al controllo del compagno. Il maschio lo percepisce come una minaccia, un’incrinatura nel suo potere e, da li, ha vita la violenza.

A quel punto la corteccia cerebrale riprende il controllo della scena e il maschio-assassino non può che rendersi conto di quello che ha fatto: cercherà allora di inventare una messinscena, o andrà dai Carabinieri o ritornerà alla fase del rettile, uccidendosi.

Scarpette rosse, simbolo delle vittime di violenza sulle donne

Il femminicidio è dunque inevitabile? Non esattamente: sentite cosa dice l’importante psicologo americano Daniel Goleman (1946), l’autore di “Intelligenza emotiva”: “il temperamento non è destino…i circuiti cerebrali interessati sono straordinariamente plastici; gli insegnamenti emozionali che apprendiamo da bambini a casa e a scuola plasmano i nostri circuiti emozionali, rendendoci più o meno abili nella gestione degli elementi fondamentali dell’intelligenza emotiva…”.

Vogliamo costruire seriamente un percorso anti-violenza? Vanno benissimo le manifestazioni pubbliche ma se non investiamo sulla famiglia e sulla scuola possiamo già darci appuntamento al nuovo femminicidio e ai nuovi articoli sul tema. Fortunatamente l’uomo è educabile e l’educazione può completare la volontà della donna biblica; non sprechiamo questa risorsa.

Viterbo ha già iniziato: all’IC “Canevari”, dove da anni si pratica la “didattica emotiva” e anche in molte realtà scolastiche si va diffondendo.
Educazione al rispetto e al controllo delle emozioni fin da piccoli: questo potrà salvare tante donne.

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