Viterbo e dintorni: bellezze turistiche in cerca di idee… anche usate!

I viterbesi sperano che presto, molto presto questo ingiusto oblio che grava sulla loro città sia dissi­pato e goda di giusti riconoscimenti.

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Palazzo - Papale - Viterbo

Tutti coloro che sono deputati allo sviluppo turistico di Viterbo, si dovrebbero domandare il perché della scarsa fama turistica della nostra città, che offre ancora oggi agli occhi estasiati dei turisti, tanti motivi di godimento estetico. Dalla bomboniera medievale del Quar­tiere di San Pellegrino, alla Basilica con stile brunelleschiano di Santa Maria della Quercia, ove si ammira con stupore il soffitto decorato col  primo oro portato dall’America. Per non parlare poi dell’immagine fantasmagorica della sorgente del Bulicame, cantata  da Dante nel canto XIV dell’Inferno, e dell’aerea grazia della loggia delle benedizioni nel Palazzo dei Papi. L’attore principale dei tanti monumenti, e dei fatti storici più importanti è Alessandro IV (morto e seppellito nella Cattedrale di Viterbo, la cui tomba è ancora oggi introvabile, e che non è ricordato in nessun monumento se non in una misera miniscultura all’ingresso del Duomo), che scelse Viterbo come sua residenza e trasferì qui la Curia e la Corte pontificia. Cosicché per circa venticinque anni (1257-1281), ogni parola che usciva dal nostro Palazzo Papale, era legge per tutto il mondo conosciuto.

 

Come tacere poi della suggestione della sinfonia marmorea e musicale, delle tante fontane gorgoglianti, disseminate nelle piazze del Centro Storico, e del fascino religioso e suggestivo  che emana dalla “Macchina di S. Rosa”, costruita e trasportata in onore della patrona di Viterbo. Il fantastico “campanile che cammina”, tutto illuminato, attraversa le  vie antiche, oscurate per l’occasione, portato in spalla a ritmo incalzante da circa 100 “facchini”, nel tradizionale costume di tela bianca con fascia rossa legata alla cintola. Questa piccola città di provincia vanta ricordi storici da far invi­dia ad una capitale: qui i fanghi del  Bullicame curarono le artriti dei lucumoni etruschi, dei consoli ro­mani, di pontefici, di re ed imperatori cristiani. Presso le nostre fonti termali Michele De Montaigne bevendo l’acqua del Bullicame, riuscì a liberarsi di un grosso calcolo renale che lo affliggeva. E la stessa acqua placò poi i dolori lancinanti del “mal della pietra” di Michelangelo, che venne alle Terme del Bacucco e, meravigliato dell’architettura presente, lui che era solito alle grandi architetture di Roma, vergò due schizzi, che ancora oggi sono visibili nel nostro Museo Civico.

 

Nella Cattedrale di Viterbo fu scomunicato Cor­radino  di   Svevia, che dopo l’interdetto ebbe breve vita e fu giustiziato barbaramente da Carlo d’Angiò, in Piazza del Mercato a Napoli. Nella vicina chiesa di San Silvestro, oggi del Gesù, fu ucciso da­vanti all’altare Enrico di Cornovaglia, cugino del re d’Inghilter­ra; in Piazza del Gesù, Federico Barbarossa tra­sferì le porte di bronzo della Basilica di S. Pietro. ad umiliazione dell’orgogliosa  Città  Eterna. In Viterbo si tennero ben cinque conclavi, e questa parola, fu coniata qui perché i cardinali furono “clausi cum clave”, quando dettero vita al più lungo conclave della storia (due anni e nove mesi), che si consumò nel nostro Palazzo Papale. Infatti, i ventiquattro cardinali non si decidevano ad eleggere il nuovo papa, furono dapprima messi  a  pane e acqua  e poi costretti a vivere sotto le tende da Raniero Gatti, un turbolento Capitano del Popolo, che ordinò di scoperchiare la sala del conclave.

Il più breve pontificato della Santa Romana Chiesa si svolse a Viterbo dove Vicedomino Vi­cedomini,  impersonò il   leggendario “ papa per un giorno”. Da qui vennero gli ultimi re di Roma: i Tarquini; e ancora nella nostra provincia, accadde il miracolo dell’Ostia sprizzante sangue, che diede origine alla festa del Corpus Domini, e fu il motivo principe che spinse alla costruzione del bellissimo Duomo di Orvieto. Cos’è dunque che manca a Viterbo perché diventi un centro di attenzione turistica? Se è vero che tanti studiosi, scrittori e giornalisti continuano a manifestare la loro meraviglia, nel trovarsi di fronte a tante bellezze inaspet­tate ed impreviste. Ci sono stati viaggiatori illustri che hanno definito Viterbo “una delle gemme più preziose in una delle zone più varie ed interessanti d’Italia”. Infatti, in un  raggio di una  trentina di chilometri, vi sono le necropoli etrusche   di   Tarquinia, coi loro meravigliosi affreschi a colori, e poi le  basiliche   protoromaniche   di Tuscania  merlettate di marmo. La cornice ideale al meraviglioso contesto la disegnano poi le boscose montagne dei Cimini, e le azzurrine distese dei laghi  di  Bolsena, di   Vico  e  di Monterosi, incastonate  tra  mac­chie   e   vigneti.

A Sutri troviamo la grotta dove nacque il paladino Orlando e a Bagnoregio l’antico borgo  di Civita, che fu pa­tria di San Bonaventura ed ebbe da Bonaventura Tecchi, la fortunata citazione “la città che muore”, che lo ha reso famoso nel mondo, trasformandolo in una meta turistica di grande interesse. Altro esempio del Rinascimento italico è il pentagonale Palazzo Far­nese di Caprarola, e poi il Sacro Bosco di Bomarzo, abitato da bizzarri “mostri” e fantastici animali scolpiti nella pietra viva di peperino, e sparsi da Vicino Orsini, all’interno della selva, forse   modellati   dai   prigionieri turchi catturati a Lepanto. Infine il più bell’esempio al mondo di giardino all’italiana, si trova a Villa Lante di Bagnaia, a due chilometri da Viterbo. Qui la grandiosa scenografia di fon­tane e di verde creata dal Vi­gnola, ci riconduce come per incanto nell’atmosfera del cinquecento. Il Sitwell, grande esperto mondiale di giardini, ebbe a definirlo: “One of the most beatiful place in the world”.

I viterbesi sperano che presto, molto presto questo ingiusto oblio che grava sulla loro città sia dissi­pato e goda di giusti riconoscimenti. Ma per fare questo sono necessarie idee e iniziative che riescano a convogliare in questa bella città, il giusto flusso turistico che merita.

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