Viterbo Pontificia: 60.000 abitanti e 20.000 armati?     

Tra questi si annoveravano Cardinali, Vescovi, monsignori, centinaia di famigli, e tante altre persone che orbitavano intorno alla Curia, e alla Corte pontificia.  Molte ricoprivano anche incarichi importanti, e avevano al loro seguito una pletora di servitori e scudieri, di sicura fiducia.

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Con la venuta del Papa, in poco tempo la popolazione di Viterbo s’incrementò di migliaia di persone, tutti benestanti, e alcuni appartenenti ai migliori ceti della classe sociale dell’epoca.

Tra questi si annoveravano Cardinali, Vescovi, monsignori, centinaia di famigli, e tante altre persone che orbitavano intorno alla Curia, e alla Corte pontificia.  Molte ricoprivano anche incarichi importanti, e avevano al loro seguito una pletora di servitori e scudieri, di sicura fiducia.

Tutti gli uomini al servizio del Pontefice, dei Cardinali e dei monsignori avevano pasti e alloggi gratuiti, e percepivano un compenso settimanale in natura per i servizi prestati, costituito da razioni alimentari e da prebende.

Le razioni alimentari consistevano in porzioni di prodotti come carni, pesci, verdure, e poi razioni di pane e di vino. Le prebende comprendevano invece i ferri, i chiodi e il foraggio (fieno, paglia e orzo) per le cavalcature. Nelle porzioni alimentari trovavano posto anche i condimenti, le candele per l’illuminazione e in alcuni periodi dell’anno, anche gli indumenti.

A determinare la qualità, la quantità e la composizione delle razioni alimentari, erano sempre il grado del beneficiario e la funzione ricoperta. E così, con l’avvento di questo trasferimento straordinario, per la città di Viterbo arrivarono i tempi meravigliosi e unici del secolo d’oro, il Duecento viterbese; un periodo di circa venticinque anni, dal 1257 al 1281, in cui la città con il simbolo del leone nemeo, ebbe la sua prima e unica fioritura, e brillò come una stella fulgida.

E, come per incanto, Viterbo fu il teatro privilegiato di straordinari avvenimenti. Divenne città sede di Papi e di conclavi, soggiorno di Re, luogo primario di convegni di scienziati e luminari della Chiesa, meta di ambascerie le più varie, provenienti dall’Italia e da tutto il resto del mondo. Un flusso continuo e ininterrotto di persone conveniva qui per vedere il Papa, per parlare con lui, per avere un contatto, con il vicario di Cristo in terra.

In quel tempo la parola del successore di Pietro, diretta a tutto il mondo allora conosciuto, partiva da Viterbo, dal nostro splendido Palazzo Papale. Inoltre, nella nostra città si agitavano le più alte questioni religiose e politiche del secolo, e Viterbo era diventato il più importante crocevia del mondo. Fu quello un periodo di grande incremento di ricchezze culturali, spirituali e materiali per il nostro Comune. Il trasferimento della residenza papale a Viterbo, aveva di converso fatto affluire tra le nostra poderose mura, il potere e anche la grande ricchezza, che in quel tempo era tutta nelle mani della Chiesa.

Se nella nostra storia non avessimo avuto il periodo d’oro che va dal 1257 al 1281, che ha cambiato radicalmente tutta la città e, anche il carattere dei Viterbesi, (per gli sviluppi negativi con i quali è finita la vicenda), oggi saremmo una città diversa, neanche paragonabile alla bella e monumentale Viterbo, che ha avuto la fortuna di diventare città pontificia.

Ogni giorno, lungo la Via Francigena, le teorie dei pellegrini che procedevano per la massima parte a piedi con sacco e bordone, si allungavano a dismisura, fino a formare un serpente che di regola raggiungeva lunghezze notevoli e che, come le acque di un fiume perenne, si rinnovava in continuazione.

La decisione di Alessandro IV di trasferire nella turrita e munita Viterbo, la Curia e la Corte pontificia fu un grande e inaspettato colpo di fortuna per questa città. Accadde improvvisamente e fu come se la città fosse stata di colpo investita da una nutrita e ininterrotta pioggia d’eventi importanti, come non era mai accaduto, nel corso della sua storia millenaria.

E’ da considerare che siamo nel 1257, in pieno basso medioevo. In quel tempo, come già detto, tutto il potere e le ricchezze erano convogliati nelle mani della Chiesa, che deteneva il potere spirituale e il potere giurisdizionale. Tale stato di cose rimarrà a lungo immutato, fino alla breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), e alla presa di Roma.

Dopo tale data, la Chiesa subì una massiccia spoliazione, e tutti i beni ecclesiastici, salvo rarissime e limitate eccezioni, passarono nella proprietà del neonato Stato italiano.

La popolazione di Viterbo nel XIII secolo era composta dalle famiglie aristocratiche (la granditia), dalla borghesia (mercanti, e professionisti), dal popolo minuto costituito per lo più da artigiani, e dal proletariato urbano. Gli artigiani erano dediti alla lavorazione del lino, della canapa, del vetro, del pane, dei preziosi, e poi c’erano gli armaioli, i falegnami, gli scalpellini, i sellai, i calzolai, i pecorai, i mugnai, gli ortolani, i tintori, i locandieri, e i pizzicagnoli. Infine, per la parte più numerosa, del proletariato urbano, c’erano i salariati dediti soprattutto ai lavori agricoli, e gli operai,  e tra questi, i muratori e i cavatori di pietra di peperino e di tufo.

In quel periodo quasi tutti i lavoratori erano pagati a giornata. I lavori che andavano per la maggiore, erano quelli agricoli. I braccianti ricevevano un compenso giornaliero molto magro, che variava in funzione della stagione e del tipo di lavoro che avevano prestato.

Sicché nelle varie stagioni agricole che si succedevano, i mestieri erano tanti. Si partiva a gennaio con le potature; poi c’erano l’aratura, la semina, la mietitura e la battitura. Nel periodo della primavera-estate, c’erano ancora ettari ed ettari di terreno coltivati a orto, che consentivano di ricavare verdure e ortaggi in grande quantità, per allietare le mense dei ricchi e di potenti.

Per tutti questi mestieri di bracciantato agricolo era prevista una paga a giornata. Con quel misero guadagno, i lavoratori e le loro famiglie potevano soddisfare i bisogni primari come mangiare e forse vestire (male). Dopo queste necessità più importanti, rimaneva ben poco per le altre spese. Naturalmente questa scarsità di circolante, rendeva l’economia della città asfittica, e il benessere era una prerogativa esclusiva dei ceti più elevati dell’aristocrazia, la cosiddetta granditia.

Questa situazione più che normale per una città come Viterbo, che derivava la maggior parte delle sue entrate dalle produzioni agricole, a partire dall’anno 1257, cambiò radicalmente in seguito alla decisione di Alessandro IV di trasferire la sua residenza, quella della Curia e della Corte pontificia a Viterbo. Improvvisamente avvenne quello che può essere paragonato a un vero e proprio miracolo economico.

Una leggenda metropolitana derivata dagli scritti di diversi cronisti, accredita la voce che nel periodo in cui il Papa era a Viterbo, la città contasse circa sessantamila abitanti, di cui diciotto-ventimila erano gli uomini atti alle armi. Sia il numero degli abitanti, sia quello degli uomini atti alle armi ci sembrano esagerati. D’altronde non esistono notizie storiche certe, sul numero degli abitanti di Viterbo nel XIII secolo e, in assenza di queste, è preferibile mantenere una certa cautela.

Un dato storico che possiamo prendere come riferimento certo, è il numero di persone che componevano l’esercito di Corradino di Svevia ultimo rappresentante degli Hohenstaufen, e anche quello del re di Sicilia Carlo d’Angiò, che contavano al massimo tre-quattromila presenze, tra fanti, cavalieri e arcieri. Partendo da questo dato ci sembra veramente esagerato che Viterbo potesse avere un esercito di diciotto-ventimila uomini.

Anche Norbert Kamp, smentisce questi numeri e li ridimensiona, citando in proposito alcuni atti del lungo processo intentato dal Comune di Viterbo contro la famiglia Orsini. Infatti, nel corso del dibattimento, il procuratore di Viterbo affermò che nel 1289 la sua città contava dodicimila abitanti, ma ridusse la cifra a novemila, quando la controparte ne volle ammettere soltanto seimila.

Queste notizie tratte dalle dichiarazioni di un dibattimento giudiziario, ridimensionano notevolmente quanto affermato da alcuni storici Viterbesi. D’altronde ci muoviamo in un periodo in cui le notizie certe sono veramente poche, e le supposizioni invece sono tante, ma una città con più di diecimila abitanti, era certamente da considerare nel novero di quelle con una certa importanza.

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